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Silvia Castellani

Tra l'essere e il fare, c'è di mezzo il pensare

Per le strade di Parigi e più a nord

Donuts

Mi porterò dietro, nella mente, di questo viaggio a Parigi e più a nord, la bambina che alla stazione voleva il mio ombrello rosso, il vecchio marinaio che non si rassegnava a non esser più tale, nonostante il mondo scorresse veloce accanto a lui e i tempi si fossero evoluti a tal punto da non vederlo più. Mi porterò il suonatore di arpa nella chiesa, che vendeva le proprie canzoni ai turisti e suonava come fosse la cosa più seria del mondo. Mi porterò le due anziane sorelle o amanti, chi lo sa, vestite da ragazze alla moda, con le borse uguali a tracolla, camminare per le strade grandi; e i settanta euro spesi in cioccolata, il mini-barbecue a forma di mappamondo e le foto dove vengo male, malissimo. NONOSTANTE MI SFORZI DI ADATTARE LA MIA FACCIA A UN’IMMAGINE CHE DURI . Di questo andare mi porterò il fatto che a Parigi un croissant non lo trovi di certo appena uscita dall’albergo e magari devi camminare due chilometri prima di incontrarlo, così succede che ti rassegni e vai da Starbucks dove sei tentato di mangiare un donut, PERO’ ALLA FINE LASCI TUTTI QUEI COLORI ALLA VETRINA che lo sai che è meglio stiano lì, più che nel tuo stomaco. Mi porterò di tutto questo viaggio quel meraviglioso perdersi per le strade di Parigi sorvegliata a vista dalla torre Eiffel cercando di fotografarla sempre, di rubarla con te sotto o senza, amore, che tanto è uguale. Anche se non sei riuscita a salirci e a guardare giù, perché la fila era lunga lunghissima e avresti rischiato di perdere la stabilità mentale a seguirla. E le bolle di sapone fatte con i fili, allontanarsi su dal secchio, e gli artisti d’occasione fatti con lo stampo, come quell’arte più moderna fatta con distacco. E le frasi dette al vento, e fra i denti, perché nessuno le potesse ascoltare. Mi porterò nel cuore quel perdersi nell’oblio di un posto bello, dove vivere sembra difficile, dove tutto è sconosciuto e tu per prima a te stessa, e non importa quale sarà il prossimo imprevisto, perché sulla metropolitana per forza devi salirci, se vuoi perdere l’orientamento. Mi porterò la pancia gonfia, le tasche vuote e il fare finta di riuscire a farcela sempre, a camminare, nonostante tutto faccia credere il contrario, soprattutto le gambe, che non vogliono più seguirti. Mi porterò tutte le persone così diverse, di tante etnie, che ho visto così perfettamente parigine che a un certo punto mi sono detta: va a finire che in questa città non ci sono nemmeno i piccioni nelle piazze. E invece quelli ci sono sempre e sempre grassi, pronti a planare sulla briciola ribelle che abbandona il tuo panino. LA STATUA DELLA LIBERTÀ, anche quella mi porto dietro; era nel posto sbagliato e la signora seduta accanto mi raccontava di venire dall’America, MA NON NEW YORK, NO CALIFORNIA, I came from Kentucky. LÌ CI SONO MANY HORSES. I gargoyles no, non li ho visti e la mia stanza era al settimo piano affacciata sul cimitero di Montmartre con tutte quelle fresche lapidi in bella vista. Che vista da lassù! E quanta vita. La Dolce Vita ovunque e tanto di quell’oro da rimanere senza fiato. I mulini, non solo quello rosso in una via ormai tanto battuta da far sorridere anche i più scettici, anche quelli che una volta a Pigalle avrebbero passato guai seri. Scarpe messe a stendere come in tutte le città universitarie del mondo, un allucinato davanti a un organetto. Mi porterò del Belgio le casette di marzapane e la pioggia persistente ad agosto, l’Atomium e il giro del mondo che si è fermato al Nettuno, la reliquia di Bruges o Brucas come la chiama la tipa argentina, che non ho neanche capito cosa fosse, ma ci ho messo la mano sopra e so che mi guarirà da tutte le malattie. La Madonna col bambino di Michelangelo e bestemming Eupen fino a un castello rosso che continuavo a fotografare senza accorgermene. Mi porterò l’allontanamento da questo computer e da facebook e la sensazione che Dalì ci aveva visto giusto nella definizione de LA METHODE PARANOIAQUE CRITIQUE. Non ho visto il Louvre, non ho camminato per i Campi Elisi, il Sacro Cuore l’ho apprezzato poco e male per mancanza di tempo e la Senna l’ho notata da lontano come pure da lontano ho avvertito il respiro di Renoir. Perciò, Parigi, arrivederci a presto. Doris Lessing scriveva: “è terribile fare finta che sia di prima qualità ciò che è di seconda. Fare finta di non aver bisogno d’amore quando ce l’hai. O che ti piace il tuo lavoro, quando sai che sei capacissimo di fare ben altro”.

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This entry was posted on venerdì, agosto 6th, 2010 at 15:39 and is filed under Senza categoria. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

One Response to “Per le strade di Parigi e più a nord”

  1. Andrea
    12:25 on agosto 28th, 2010

    Sai veramente affascinare con le tue descrizioni. Così vere da potere sentire il suono di un arpa, i passi di turisti affrettati che seguono le guide perdendosi tutto ciò che invece varrebbe vedere veramente, i colori delle ciambelle ipercaloriche (ma tanto buone), la pioggia e l’odore della terra e dell’asfalto bagnati che mi fanno impazzire, quadri dozzinali dipinti da falsi artisti, arte appesa a muri di musei ed arte di maestri cioccolatai, da divorare e sentore sciogliersi nel cuore e nelle viscere, profumi ed odori che si alternano e penetrano il naso e la mente, sapori che impattano salati ed acidi, dolci e ed amari sulla lingua che li avvolge e li esalta. che belle emozioni. Ne ho bisogno, sempre.

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