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Silvia Castellani

Tra l'essere e il fare, c'è di mezzo il pensare

Archive for settembre, 2008

E’ tempo di liberare la parola (vegeto, ergo sum)

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settembre 26th, 2008 Posted 10:48

Questa vita addosso, è tutto quello che posso, quello che ho.

Il sentiero dei nidi di ragno non l’ho mai percorso; ho paura non tanto dei ragni, piuttosto dei sentieri.

“Piuttosto che” viene usato a sproposito, per accomunare cose equivalenti. In realtà indica una preferenza data a una cosa rispetto a un’altra.

La cosa che mi affanna più di ogni altra è un poster raffigurante un uomo distinto a cui ho coperto gli occhi con la foto di un tramonto.

L’alba più bella è quella che non si può vedere.

Guarda dentro di te. La risposta che cerchi è dentro di te. Peccato che è sbagliata. Ha detto qualcuno.

Ho deciso di eliminare il pensiero cartesiano. Prima del cogito, per l’essere, c’è il dubbio ma ancora prima c’è il fermarsi. Perciò l’origine è “vegeto, ergo sum”.

L’Amleto mi evoca la morte. La risposta alla domanda da cento milioni di dollari è non lo so, perché questa vita non mi permette di interrogarmi sulle cose troppo profonde. Sant’Agostino usò queste parole in risposta a chi gli chiese cosa faceva Dio prima di creare il mondo. “Prepara l’inferno per quegli uomini che si interrogano sulle cose troppo profonde” . Così disse. O almeno credo. Che sia.

Non sono all’altezza di morire. Devo vivere. “Se senti il dovere di fare una cosa, devi trovare il coraggio di farla”. L’ha detto la mamma di un noto politico al proprio figlio (questa l’ho sentita in tv) prima che fondasse il suo partito. Mi fa ridere questa cosa, eppure è serissima.

Le cose che mi hanno meravigliato di più nella vita sono state quelle piccole e improvvise come una foglia che cade o il ritrovamento di poche parole che non ricordavo più di avere scritto. Lampi di follia, come li definirebbe Dostoyesky il cui nome è troppo difficile per scriverlo correttamente.

Una volta ho raccolto un gatto vicino a un cassonetto e ho sperato che si trasformasse in un bambino. Piangeva.

Le ultime lacrime che ho versato appartengono a una vita che non è più mia. Ci ho rinunciato per paura di non riuscire a sopportarne la bellezza.

La bellezza reca in sé una brutalità primitiva ma non la avvertiamo quasi mai perché il nostro cuore non è puro.

L’amore non è appannaggio degli uomini. Questi conoscono perlopiù le passioni che per loro natura passano.

Il tempo per me è circolare. La linearità della concezione moderna non mi tange e questo è il motivo per cui qualcuno mi interpreta come una presenza fuori dal tempo. Ho vissuto l’epoca del surrealismo e ne sono uscita indenne nonostante mi sforzi di fare finta che non sia successo.

I soldi, la fama e il potere non sono che concetti comodi e rassicuranti che associo all’insostenibile leggerezza del non essere.

Montedidio è il libro più bello che ho letto e mi rammarico di non averlo scritto io. Per scrivere Montedidio avrei dovuto essere un’altra persona. Sicuramente migliore.

Quando il mio corpo si unisce a un altro corpo confluisco in un mondo parallelo dove non sempre riesco a portare l’anima dell’altro e allora la mia anima e il mio corpo si incontrano di nascosto per piangere insieme. Nessuno se ne accorge.

Ho pensato a un quadro di Kandinsky. Si chiama il cavaliere azzurro e mi rappresenta. Avrei potuto essere una principessa o una pazza, poi un giorno qualunque sono salita in sella ad un cavallo alato perché era necessario combattere e così sono diventata un bellissimo cavaliere solitario.

La strada su cui cammino è stretta e sterrata ma ho motivo di credere che sia quella giusta. Non credo nelle leggi del parlamento perché in tutte le cose cerco l’essenzialità.

Una volta ho scritto una frase che non sarò mai in grado di spiegare. La frase è: ho ascoltato la Legge e i Profeti ma io conosco nell’oscurità interpretazioni diverse. E’ la prima volta che la condivido. In fondo, era ora che lo facessi.

La bandiera dell’unicef che mi pende davanti agli occhi non ha diritto di sventolare finché ci saranno ancora bambini che muoiono di fame. Non a caso tra i versi più famosi dell’inferno di Dante c’è questo: Poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno. Che una mia amica confonde con quello della canzone ‘Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers’ di Fabrizio De Andrè dove al dolore è sostituito l’onore.

Silvia Castellani

Resistere. Anche alla morte

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settembre 25th, 2008 Posted 14:18

Questa mattina sono andata al podere del nonno ad aiutare per la vendemmia. Poi si è messo a piovere. Ma io sono riuscita lo stesso a fotografare un piccolo nido costruito nel bel mezzo di una vite. Non mi hanno fermato nè il fango che faceva sprofondare i miei piedi, nè le lacrime del cielo.

Dal mio diario – 29 gennaio 2007

Sono qui perchè mio nonno è morto. Penso che mai come in questi momenti, ognuno di noi potrebbe mostrare a pieno il suo dentro. E’ morto mio nonno e io non penso niente. Qualcuno dice che è rigido. Si riferisce alla temperatura esterna. Io penso a quella corporea del nonno. Mi aggiro per la camera da letto dove stanno scegliendo il suo completo funebre. Sto attenta alla cravatta. Mi pare di ricordare che lui amasse l’azzurro così insisto su questo colore. Non sono d’accordo che lo vestano tutto di scuro. In fondo, era un uomo allegro. E per la vita che si è trovato a vivere, un uomo probo. L’hanno trovato nel suo podere di campagna, steso accanto ai cavoli. L’hanno trovato solo accanto alla sua passione, alle sue viti, alla sua frutta. Lui quel podere l’aveva voluto con tutto se stesso. Rappresentava un rifugio, forse, e una speranza. Se avesse potuto scegliere, è proprio lì che avrebbe voluto morire. E credo anche che il fatto di essere solo, non gli sia dispiaciuto poi molto. L’ho visto l’ultima volta il 24 gennaio, il giorno dopo del mio compleanno. Mi aveva chiamata sul cellulare per dirmi che non si era dimenticato. Neanch’io, nonno, mi sono dimenticata. Neanche del grande orologio tondo di cui contavo i minuti in attesa che tu tornassi dal lavoro. Per fortuna che un orologio te l’abbiamo lasciato al polso, così potrai sempre tenere d’occhio l’ora del ritorno. L’immagine che ho di te e che voglio conservare è quella in cui siedi accanto al telefono grigio, appoggiato al termosifone, proprio sotto il grande orologio. Prima mi sono seduta sulla tua poltrona con le gambe accavallate proprio come ti posizionavi tu. Quando c’era un ospite. Quando c’ero anch’io. Mi ha fatto piacere scambiare due chiacchere l’altro giorno. Sono riuscita ad aggiornarti sul mio essere nulla. Mi sarebbe piaciuto che mi vedessi alla televisione o sposata. Non hai fatto in tempo ad essere fiero di me. E io non ho fatto in tempo a portarti a vedere i delfini. Ma un delfino dipinto è riuscito a guardare te, steso sul marmo. Soltanto ora mi ricordo di questo tuo desiderio, solo adesso che di fronte alla camera mortuaria vedo un delfino che spicca un salto dentro alla tela. Sono stata sciocca la scorsa estate a dirti che i delfini di Oltremare li avremmo visti insieme un altr’anno, sottovalutando che il tempo, alla tua età, è un attimo sfuggente. Non ho parlato abbastanza con te, ma le poche cose che so le ricordo perfettamente. La cavalla, la Francia, le botte che ti hanno dato quella volta che non ti sei voluto alzare in piedi quando il duce parlava alla tv. Tutto. Mi ricordo tutto. Anche i racconti della Russia. Sul tavolo di marmo, ti hanno messo fra le mani una croce e un rosario. Io avrei voluto metterti un vecchio disco di bandiera rossa e un santino di Berlinguer. Mi avrebbero cacciata dandomi della blasfema. La gente è molto stupida nonno, perchè non capisce che ognuno ha la propria fede.

Addio

Roberto Saviano ha detto : « raccontare è resistere ».

L’onda perfetta

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settembre 24th, 2008 Posted 18:38

Lettera datata 19 dicembre 2001

Carissima Silvia,

quest’anno come mai fino ad ora, forse, abbiamo bisogno di un Natale tranquillo e sereno e non solo per quello che è accaduto fuori dall’Italia ma, soprattutto, per ciò che è capitato a noi. L’ultima volta che abbiamo parlato, ti ho sentito molto giù, così triste che i tuoi occhi, prima delle tue parole, lo urlavano. E ti facevi una domanda a cui io non ho saputo rispondere : « perchè ? ». Ci ho pensato ancora, ma la soluzione non è arrivata e so che forse non la troveremo, perchè molte cose che ci circondano non sono razionalizzabili. Un giorno, mentre passeggiavo e riflettevo, sono capitata in libreria e ho deciso di regalarti « l’onda perfetta ». Se non ti piacerà, mi aspetto che tu sia come al solito schietta con me in modo da potermi rifare per il tuo compleanno.
Silvia, vorrei tanto rivederti un po’ più serena. Spero succeda presto.

Buon Natale

Con tutto il cuore

Lu

Ho appena finito di fare il cambio dell’armadio. Ho riempito almeno tre sacchi neri dell’immondizia con vestiti vecchi che darò a qualche associazione umanitaria. La prima di cui troverò gli appositi contenitori sulla mia strada. Finito il cambio dell’armadio mi è venuto in mente di aprire il primo degli otto cassetti della mia immensa scrivania. Ho fatto bene. Nei prossimi giorni aprirò anche gli altri e farò piazza pulita. Perchè sto dicendo questo. Perchè nella mia immensa scrivania riposano, non in pace, vecchi scritti, la maggioranza dei quali meritano di essere sepolti per sempre. Sepolti per sempre insieme ai vecchi dolori che li hanno prodotti. Ora sono in una nuova epoca e non c’è più spazio per loro.
Di questi scritti salverò solo la lettera della Lu che ho riportato in apertura. E’ un gesto simbolico per dire che finalmente sono sulla strada giusta per trovare la mia onda perfetta.

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“Un amore definito, è un amore finito”

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settembre 23rd, 2008 Posted 19:34

Di questi tempi mi sento « sintetica ». Rispetto a questo blog è questa la sensazione che provo. Per questo, qui, scrivo di meno. Ma non per questo scrivo meno. Sto scrivendo una storia d’amore. Una storia che renda onore ad un’amore speciale. Una storia d’amore fra due donne. Diciamolo pure : una storia lesbica. Non ho mire di pubblicazione a riguardo. Anche se mi piacerebbe che questa storia non si perdesse. Perchè è una bella storia, perchè è ispirata a vita vera e perchè l’omosessualità è ancora per molti, troppi, un argomento scomodo. Questa storia che sto scrivendo è un regalo. Un regalo per una persona che mi ha raccontato a sua volta una storia che mi è entrata dentro e che ho sentito il bisogno di rendere tangibile pur consapevole del mio limite ovvero non potere definire l’amore. Qualsiasi amore.

Scrisse Berthet : « un amore definito, è un amore finito ».

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Qualcuno mi ha detto

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settembre 19th, 2008 Posted 00:30

Qualcuno mi ha detto che non esistono solo il bianco e il nero. Mi ha detto anche che non esiste solo il grigio con le sue sfumature. Qualcuno mi ha detto che esistono i colori. Allora ho pensato che il nero e il bianco sono tutti i colori o nessuno. O il contrario. Non ricordo. Perchè in questo momento sono molto stanca e forse, ubriaca. Ho pensato che il bianco e il nero sono comunque colori. Ma tuttosommato non sono i miei colori. Non più gli unici. Se immagino un arcobaleno, scelgo il giallo e il rosa. Eppure un colore su tutti mi affascina perchè, non so come, mi appartiene. E’ l’oro. E così, adesso, immagino un arcobaleno tutto d’oro. Che diventa stella cadente…

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Come fossi senza sangue

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settembre 16th, 2008 Posted 13:14

C’è qualcosa nell’aria. Qualcosa che mi immobilizza. Eppure le mie mani si muovono. Qualunque cosa succeda, le mie mani continuano a muoversi. Ma non qui. Non oggi. Non ora.
Si stanno muovendo sulla carta virtuale del mio cervello che naviga verso la terra promessa. E’ tutto molto vicino. Ed esatto.

« Se sei una conchiglia, è importante l’ordine. Se sei guscio e animale, tutto deve essere perfetto. L’esattezza ti salverà »

Alessandro Baricco (Senza Sangue)

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Parigi

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settembre 11th, 2008 Posted 19:34

Parigi

Parigi, nella notte, mille luci
Un uomo cammina solo. Nessuno che si volti ad ammirare.
Eppure se potessero sapere la leggenda che cammina per le strade, tutti vorrebbero toccare le mani di quell’uomo dal cappello scuro appoggiato su uno sguardo perduto ad inseguire le sembianze del mistero.
Parigi, nella notte, poche luci.
Una donna ferma in un bar di poche pretese che chiede come si fa a fare della paura un pensiero
Nessuno che si preoccupi di guardare
Eppure se potessero capire il peso specifico del dolore che cade lieve come un fiocco di neve su strade asfaltate di sangue, tutti vorrebbero toccare le mani di quella donna senza guanti a ricoprire braccia così esili da non essere fatte per servire.
Parigi, stessa notte, una sola luce
Un uomo fermo su un marciapiede che tiene in mano un bicchiere e ha il collo stretto da un cappio colorato che si sforza di non essere tale.
Una donna che cammina sul marciapiede e tiene fra le mani un foglio, una scusa per chiedere a quell’uomo come si fa a fare della paura un pensiero.
Parigi, all’alba, una nuova luce
Due anime in alto su un simbolo così grande da far venire le vertigini. La neve che si appoggia lieve sui cappelli imbiancati dal tempo perso
Le mani che si stringono sul cuore per la paura di cadere in un pensiero

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Caro S. Ho fatto un sogno anch’io

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settembre 9th, 2008 Posted 22:45

Ho sognato che le persone avevano smesso di sognare poi ho sognato che quelle stesse persone senza i loro sogni si erano sgretolate. Ma anche da polvere continuavano a chiedersi fra di loro come era stato possibile che avessero perso la capacità di sognare.

Ho sognato che non c’era più ombra di cemento, che i bambini correvano scalzi sui prati senza paura di essere trafitti dalle siringhe. Che gli alberi erano alti e che c’erano adulti che si arrampicavano fino al cielo senza vergogna. Ho sognato che uno di questi uomini diceva agli altri che quella era la sua scalata al successo. Poi si è gettato dall’albero. E’ morto con il sorriso.

Ho sognato un girasole gigante. I girasoli sono sempre stati la mia ossessione. Era notte e il girasole lo vedevo solo io. Ho chiesto a qualcuno di spiegarmi perché quel girasole fosse gigante e quel qualcuno mi ha risposto che doveva servire ad illuminare la mia notte.

Ho sognato un circo dove gli animali facevano saltare nel cerchio infuocato gli uomini che invece di ribellarsi erano felici di gettarsi fra le fiamme. Ho provato a fermarli ma non mi hanno dato ascolto. Sono morti tutti e io sono rimasta sola.

Ho sognato che erano finite le scorte di amore e allora si ammazzavano i bambini perché, sentivo dire, sono esseri pieni d’amore. Mi sono messa a piangere. Era come se ammazzassero me.

Ho sognato un carro armato guidato da soldatini di carta. Puntavano il cannone contro le ballerine, finché una ballerina ha urlato : « tutto questo è un incubo »

Ho sognato un giradischi che suonava a vuoto. Era un trentatré giri che si ribellava al mondo perché voleva essere un trentun giri. Allora è arrivato il capo della musica. Si chiamava proprio così. Il capo della musica. Ha guardato il vinile e gli ha detto : non puoi scegliere cosa essere. Per te decido io. Io ero in quella stanza così ho chiesto al capo della musica : « e per te, chi cazzo decide ? » Poi ho preso il vinile e l’ho fatto girare a casa mia come voleva lui. Con trentun giri.

Ho sognato che ero in un ristorante vietnamita che mangiavo con dei serpenti sotto spirito vicino al tavolo. Siccome un mio commensale provava un immenso schifo, ho preso i serpenti e li ho gettati dalla finestra. Ci tenevo che  si gustasse la sua cena senza alcun elemento di disturbo. Poi però i serpenti si sono incazzati e ci hanno sfidati. Io non ci ho più visto e li ho fatti a pezzi.

Ho sognato l’interno della balena. C’era anche Pinocchio. Io ero il grillo. Solo che invece di parlare di Geppetto, ci siamo messi a giocare a strip poker. Noi e le sirene. L’unico corpo accettabile era il mio.

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Una frase emblematica

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settembre 4th, 2008 Posted 19:21

« La gente è pronta a fare i salti mortali se solo la fate sentire onnipotente.
E’ il martirio di San Me Stesso ».

Tratto da « Soffocare » di Chuck Palahniuk. Che, per chi non lo conosce, ha scritto e raggiunto il successo con « Fight Club ».

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Per il gatto con gli stivali

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settembre 3rd, 2008 Posted 01:25

Chi sono io. Sono una che si alza la mattina e le viene da scrivere. Sono una che inventa e ama vivere ciò che inventa. O viceversa. Sono un’anima che ha bisogno dell’Altro per avvertire la propria esistenza. Sono senza averi. E non mi interessa l’accumulo. Tutto ciò che mi serve, lo contengono le mie mani che danno voce ai miei pensieri di aria. Che diventano storie. Che ritornano aria.
Chi sei tu. Sei uno autonomo, quello che a me manca : fiducia e serenità. Sei quello che ascolta poco, ma comprende molto. Il contrario di me. Sei uno a cui piace parlare oltre misura. L’esagerazione di parole, in qualche modo, ci accomuna.
Chi sei tu. Sei uno che non racconta le cose importanti, quelle che fanno capire all’altro con chi ha a che fare. Ma tu, delle cose importanti, le hai mai vissute nell’arco dei tuoi trent’anni ? Una volta te l’ho chiesto e mi hai risposto che no, che grandi cose non ti erano successe. Quindi sei uno che ha avuto una vita tranquilla. E credo che ce l’avrà sempre.
Chi sono io. Sono una che dice una cosa ma ne pensa cento, altre volte ne dice cento tutte in fila, ma ne pensa una soltanto. Intensamente. Sono una fatta d’aria e di terra che cerca continuamente di avvicinarsi alla terra. Peccato che l’aria non sia d’accordo. Perciò mi ritrovo sovente con i pensieri in volo. Sono una che, arrivata a trent’anni, avrebbe deciso di mettere la testa a posto, al posto giusto, quello che ti impone i piedi per terra. Peccato che l’aria sia ovunque intorno a me, alla mia testa, ai miei piedi che camminano e che prima di toccare terra, ogni volta, tagliano l’aria che muove altra aria che muove altra aria. Che entra nei polmoni, che arriva al cervello. Che produce pensiero. Ecco i miei pensieri di aria. Che diventano storie. Che ritornano aria.
Chi sei tu. Sei uno che nella vita se ne è andato, si è staccato dal comodo guscio. Si è aperto una strada che ha sempre seguito aldilà del dubbio e della difficoltà. Il contrario di me che sono rimasta, che ho scelto di imboccare la strada sbagliata per convincermi di quella giusta. Troppo difficile per scegliere di percorrerla dall’inizio. Sono comoda io. Estremamente complicata. Chi sei tu. Uno che chiede molto, ma dà di più. Io invece do molto e chiedo l’impossibile. Non c’entra che sia donna. Tutto questo si chiama semplicemente essere stronzi. Una cosa che prescinde dall’essere maschio o femmina. Chi sei tu. Sei uno che il sesso. Anch’io. Sei uno che non ha ancora capito il mio potenziale grado di sofferenza interiore. Io potrei soffrire fino a morire. Ma questo concetto è troppo poetico per te che vivi di scienza. Ma non dimenticarti mai la frase di Georg Groddeck che dice che « vi sono problemi che la conoscenza non risolve. Un giorno riusciremo a capire che la scienza è soltanto una sorta di variazione della fantasia, una sua peculiarità, con tutti i vantaggi e i pericoli che la specialità comporta ». Chi sei tu. Sei uno che ha voglia di mettersi in gioco. Io anche. Sei uno un po’ distratto ancora. Non capisci sempre quando è il momento di abbracciarmi in silenzio. Ora che te l’ho detto farai così tanta attenzione al momento da diventare ancora più goffo di quanto già sei. Ma mi piaci anche per questo. Chi sei tu. Sei uno che non fa ridere. Mi fanno ridere le donne che dicono che amano gli uomini che le fanno ridere. Che si tengano pure tutti i clown che ci sono in circolazione. La scelta è imbarazzante. E bravo a chi l’ha capita. Io amo le persone tristi. Ritengo siano le più autentiche. Il punto è che tu non mi fai ridere, non mi fai piangere. E, allora, cosa fai ? Mi fai sentire amata. Forse è banale, ma è vero ed è una cosa importante. Adesso ce l’hai anche tu una cosa importante da raccontare. Chi siamo noi. Siamo due su cui potrei scrivere pagine e pagine e pagine ancora se non fosse che è notte e la mente è appesantita. Chi siamo. Noi.

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