Per la stagione “Così io mi esprimo” che vede protagonisti di questo blog alcuni contributi esterni di amanti della Parola e non solo, oggi è Patrizia De Vincentis a raccontarci uno sprazzo del suo mondo interiore attraverso il racconto “La crudeltà delle piume e altri ammenicoli”. Ho conosciuto Patrizia su Facebook e presto la conoscerò di persona. Non so molto di lei. Anzi, non so niente di quello che generalmente si intende come sapere delle persone. So quanto mi basta per dire che siamo amiche. So che è una gran mamma, so che è una combattiva, so che scrive benissimo. Ripeto: benissimo. So che lei, da qualche parte dentro di sè, se ne rende conto, ma so pure che spesso se ne dimentica. Oggi è la Festa delle Donne, Patrizia. E’ la nostra festa. Qui, insieme. Con le tue parole e il tuo esserci.
Quando, verso le sette del mattino, aprii la porta della sua stanza, vidi la vecchia befana, pendere dalla testiera del letto appesa per il collo al suo boa di piume di struzzo.
Se possibile, i suoi occhi erano ancor più sporgenti e mi fissavano raggelati per sempre, in un’espressione stupefatta. Brutta da viva, da morta era disgustosa. Intorno a lei, sparse sul letto, in caotico disordine, un arrembaggio di boccette colorate, profumi, ciprie e pozioni con le quali combatteva quotidianamente una guerra persa da sempre con una bellezza mai posseduta. E naturalmente, aggrovigliati, intorno a lei, decine dei suoi amatissimi boa di struzzo.
Restai qualche secondo a guardare la scena, con un’angosciante sensazione di irrealtà, poi mi riscossi ed andai a telefonare al suo medico. Non c’erano parenti che dovessero essere avvisati di questa sua strana dipartita. Il medico era la persona che mi aveva introdotto in casa della vecchiaccia, in qualità di badante. Mi conosceva da tempo, sapeva che ero una brava persona in un mare di guai finanziari e trovandomi questo impiego aveva inteso aiutarmi.
Avevo accettato questo lavoro come la manna dal cielo, non sapendo che avrei spalancato le porte dell’inferno: la signora Marilla, l’usuraia, aveva un’anima nera e una lucida malvagità, di quelle che si vedono rappresentate solo nei film noir a basso costo. Avevo provato con tutte le mie forze a sopportare la cattiveria di quella donna e, proprio quando credevo di non farcela più, la sua morte mi aveva liberato. Liberato da lei e dalla prigione che piano piano mi aveva costruito attorno.
Il dottore arrivò quasi contemporaneamente all’ ambulanza che lui stesso aveva chiamato.
Constatato il decesso dell’arpia, mi chiese se avessi per caso notato nei giorni precedenti qualche stranezza nei suoi comportamenti, che avrebbe potuto farci capire le sue intenzioni.
“ Dottore – gli risposi – lei la conosceva meglio di me. Nulla di quello che faceva sembrava normale.” Il dottore mi guardò un istante negli occhi e poi, distogliendo lo sguardo, parlando quasi a se stesso, lo sentii dire: “ Saranno stati i rimorsi…”.
Andarono via, lui, i portantini che avevano trasferito il cadavere su una lettiga, e i poliziotti intervenuti per un sopralluogo e le domande di rito.
Restata sola, vagai, distratta, nell’enorme casa vuota. Ero stanchissima. Avevo trascorso tutta la notte a frugare tra le carte della vecchia, cercando i nomi dei disgraziati a cui spremeva il sangue.
Sapevo dove nascondeva i soldi e, tolti quelli che mi avrebbero garantito una modesta ma serena esistenza, gli altri li avrei distribuiti tra le sue vittime, avendo cura di farlo in forma anonima.
Mi accasciai su una poltrona, ero davvero esausta. Con stupore osservai una piuma che lo sbuffo causato dal mio peso sul cuscino aveva fatto volare in aria. Una piccola piuma di struzzo.
Evidentemente era rimasta impigliata nei miei vestiti.
Mi venne fuori una risatina quasi allegra. Niente a che vedere con l’asmatica e laida risata della signora Marilla, l’usuraia. La notte scorsa, trovava di grande effetto comico il fatto di aver comprato tutti i miei debiti, cosa che mi avrebbe reso sua serva per tutta la vita. Mentre mi diceva queste cose, rideva, rideva…
Strangolarla con il suo boa di struzzo si rivelò molto più semplice di quanto mi sarei aspettata.
Ieri sera ho guardato Annozero. Non lo guardo sempre, non lo guardo, diciamo, per partito preso. Lo guardo se dopo i primi cinque minuti, decido che l’argomento mi interessa. E ieri sera mi interessava. Il caso Morgan, la sua dichiarazione sull’uso di cocaina come antidepressivo, la decisione della Rai di estrometterlo da Sanremo. Mi interessa. Mi interrogo. Non basta dire no alla droga senza argomentare. No alla droga. Punto. Non funziona. Bisogna cercare di comprendere il contesto in cui viviamo, le dichiarazioni fatte da chi ha e sa di avere un impatto sul pubblico. Ho seguito attentamente la trasmissione, l’ho trovata interessante. La mia personale idea, in ogni caso, da spettatore e individuo pensante è la seguente: credo che gli ospiti in studio, a partire dal filosofo bolognese Bonaga abbiano cercato di affrontare il delicato argomento al meglio. Forse non ogni frase ha funzionato al meglio, ma l’intenzione c’è stata. Quello che penso io : il personaggio pubblico ha il dovere di considerare l’impatto mediatico della sua dichiarazione, tenendo presente che l’onestà non sempre può prevalere sulla responsabilità. Se io fossi un personaggio pubblico mi chiederei : ma se io dico che ho assunto droga a scopo terapeutico, faccio bene ? Sono sicuro che sia la soluzione migliore parlare di assunzione di cocaina pur, nel mio caso, a scopo terapeutico ? Mi risponderei che farei meglio a tacere. Inoltre : tutte le droghe sono da condannare, per la miseria, (mi viene in mente perché ad Annozero è emersa anche la distizione tra droghe leggere e pesanti) non la cocaina, l’eroina, gli acidi e via con l’elenco infinito. Credo che la canna sia droga. Credo che chi fuma le canne non necessariamente arrivi ad assumere eroina o cocaina. Credo però che altrettanto difficilmente una persona salti il passaggio canna e inizi damblè a farsi di eroina. Credo sì che una persona possa iniziare a tirare cocaina senza passare per le canne. Non credo, però, che chi fuma quotidianamente canne, possa essere definito “persona che non si droga”. Ma la casistica è troppo complessa per trarre conclusioni univoche. Potremmo, inoltre, parlare, dell’alcol e degli psicofarmaci., per esempio. Ma pure delle sigarette. Potremmo definire tutti questi sostanze che provocano una dipendenza così come le così dette droghe che si reperiscono irregolarmente? Sono l’alcol, gli psicofarmaci gravi problemi del Paese? Penso proprio di sì e nessuno vuole essere ipocrita o fare falsi moralismi. Ma dovremmo entrare in temi troppo difficili. Dovremmo parlare, per esempio, della depressione, dell’ansia e via con un altro elenco. Limitiamoci, com’è opportuno oggi, alla necessità, a livello mediatico, di trattare responsabilmente certi argomenti in generale, data la consapevolezza di poter essere un modello per altri. Dunque Morgan, sapendo di poter essere tale, ha fatto una cavolata a trattare la questione droga con un giornalista. Allora mettiamo che sta domanda famigerata viene fatta : credo che il personaggio pubblico potendo prevedere un eventuale uso strumentale della sua risposta o comunque una interpretazione fuorviante anche a prescindere dalla strumentalizzazione, possa sacrificare la sincerità che non sempre è la soluzione migliore. Perché devo essere sincero a tutti i costi ? La mia sincerità potrebbe essere fraintesa ? Io posso essere sincero e dire che sì, che ho usato cocaina a scopo terapeutico, ma come posso essere certo che chi a me si può ispirare non interpreti diversamente la buona fede delle mie dichiarazioni? Con tutto che a me questa storia della “cocaina a scopo terapeutico” mi lascia proprio il tempo che trova. Comunque. Se sei personaggio pubblico, hai il dovere e sottolineo dovere, di stare dalla parte del sicuro quando ci sono in ballo argomenti pericolosi vedi droga che qualcuno, il giornalista, potrebbe riportare più o meno fedelmente o la persona che a te si ispira potrebbe male interpretare. Se io fossi stato il giornalista che gli ha fatto quella maledetta intervista, non gliel’avrei manco chiesto. Però il giornalista che l’ha chiesto ed ha ottenuto risposta è libero, a sua volta, di scegliere se tacerlo o meno. Mi interessano però piuttosto, più che dei cantanti i cui dischi non compro, i vizi e le virtù dei politici che mi rappresentano. Se tu sei pagato per rappresentarmi essendo stato eletto con il mio voto (esercizio di diritto-dovere), tu mi rendi conto. Non che mi dici, rivolto al giornalista che ti intervista, “scusi lei invece l’ha fatto il test anti-droga?” Bello, è diversa la questione. Lo sai, sì? Torniamo alla trasmissione di Santoro. Non ho capito la telefonata di Celentano. Dice che è preoccupato per le sorti di Sanremo, che il prossimo anno dovranno chiuderlo, che non potrà partecipare nessuno perché le sigarette, per esempio, fanno male. Forse l’intervento voleva essere provocatorio, per me è stato poco efficace. Ma sarò sicuramente io che non l’ho capito bene. Rimane che di Celentano continuo ad apprezzare le pause e i silenzi. Ecco, della trasmissione di ieri sera, proprio non mi è piaciuto l’intervento sul finale di una regista (???) di cui non mi ricordo il nome che ha affermato che a lei la droga le ha aperto le porte della percezione. Non mi è piaciuta per niente questa affermazione che, per chi vuole fare Arte, quella vera, è consigliabile non drogarsi se si pensa che la droga possa spingere la mente a vedere oltre, più in là e meglio. Sono cazzate queste. Cazzate. E Morgan stesso l’ha detto, qui bisogna dargli atto della validità del messaggio, che anche gli artisti che, com’è noto, fecero un tempo uso di droghe, poi quando smisero, a livello artistico migliorarono. Della serie: i tempi dei poeti maledetti, signori, sono finiti. Però se a un ragazzino che si droga per sballarsi gli vai a dire “oh, mi raccomando, non ti drogare che ti fa male”, secondo te ti dà retta? Allora, per quanto mi riguarda, la soluzione potrebbe iniziare dall’esempio di coloro che questo esempio sono tenuti a darlo: politici, personaggi pubblici, educatori, insegnanti, genitori, fratelli maggiori. Sicuramente mi sfugge qualcuno. Insomma, Santo Cielo, ci sono dei ruoli che vanno mantenuti altrimenti si crea confusione. Esempio facile facile: se mio padre mi fa fare quel cavolo che mi pare e a quindici anni torno a casa dalla discoteca alle cinque di mattina, io tenderò da solo a trovarmi qualcuno con cui combattere e quel qualcuno sarò io. Combatterò contro me stesso. E invece no. Il ragazzotto deve avere degli esterni con cui misurarsi e combattere perchè il conflitto è inevitabile. Glielo vogliamo dare questo conflitto esterno e questi modelli sani o lo lasciamo da solo a combattere contro se stesso ? Comunque io l’ho capito che per Morgan la droga fa male e che non bisogna assumerla e che ha dichiarato una cosa personale ben precisa su se stesso che ha avuto, come inevitabilmente avviene, degli effetti che non sarò certo io a condannare o ad assolvere. Io ragiono, non punto il dito, bello. Credo alla sua buonafede e leggerò pure il suo libro Marco Castoldi in pArte Morgan. Credo però che avrebbe potuto scegliere diversamente salvo equivoci. Non l’ha fatto. Ognuno è libero: Morgan, il giornalista dell’intervista, tutti noi. Chissà, col senno di poi, cosa sceglierebbe. Per quanto mi riguarda non si può dire che abbia incitato alla droga, sarebbe un esagerazione affermarlo, ma è innegabile che quando si parla di droga, si pestano merde pur con le intenzioni migliori. Non so se abbiano fatto bene ad estrometterlo da Sanremo. Forse sì, non perché doveva mentire ma perché, essendo intelligente, poteva evitare. E non dire non equivale a mentire. E’ stata punita, per quanto mi riguarda, la sua pericolosa, in quanto mediatica, onestà. E prima dell’onestà a tutti i costi, forse c’è la responsabilità. Ubi maior minor cessat. Perché il confine tra il coraggio di dire la verità e l’irresponsabilità è troppo labile. Ma vogliamo perdonargliela questa scivolata a Morgan ? Per me è sempre il solito grande musicista. Mi dispiace che abbia pagato, forse era necessario. Che poi ci siano altri che dovrebbero rendere conto e non lo fanno, è un altro discorso. E infine : io non mi drogo. Che è una cagata drogarsi. Cos’è, ti allevia il male di vivere ? Lo devi affrontare il male di vivere altrimenti diventi uno schiavo del cazzo. Già che non siamo abbastanza schiavizzati, drogati anche così ci mettono due secondi a mettertela nel culo. No, guarda, io rimango lucida così le schifezze che mi circondano le vedo ben bene e magari riesco a fare qualcosa per me e per gli altri perché abbiano fine. Guarda bello che la vita è dura, siamo sulla terra qui ed è conveniente essere lucidi che altrimenti finisci per credere a tutto quello che ti dicono. Non voglio una mente annebbiata, perché quando hai la mente annebbiata e non sei nel pieno delle tue facoltà mentali, qualcuno sarà lì pronto a venderti la sua soluzione e quella soluzione tu la subirai. E non dire che non te ne frega un cazzo, che non è vero. Se invece, amico, stai male e lo dico abbracciandoti, chiedi aiuto a uno psicoterapeuta.
La paura del giudizio altrui, quando si sa che il giudizio è inevitabile. Allora qui la casistica è variegata, complessa e ingrata. Quando uno è convinto del suo pensiero e non si lascia influenzare dalle logiche del branco, siamo già a buon punto. Però poi quel pensiero bisogna esprimerlo, bisogna misurarsi con l’altro collettivo, bisogna esporsi. E qui son cazzi. Prendete me che questo pensiero lo devo esplicitare per iscritto perché di persona ho delle difficoltà rilevanti. Non perché dubito del mio pensiero ma perché quando devi esplicitarlo, questo pensiero deve essere convincente e io non sono capace a renderlo tale. Dunque mettiamo che tu devi parlare a un pubblico. Perché se devi parlare nel tuo circolo di amici, è semplice. Lì puoi contare sulla conoscenza e il rispetto che nutrono ragionevolmente nei tuoi confronti. Ma se tu devi esplicitare il tuo pensiero a chi non ti conosce, come si fa? Un tempo mi capitò di frequentare un corso di comunicazione dove c’era un modulo che si preoccupava di insegnarti a parlare in pubblico, magari a una conferenza per fare un semplice esempio. Allora lì c’erano tutte delle regole consigliate per la postura, per l’intonazione della voce, per le pause e via discorrendo. Ora che ci ripenso, la risposta è che solo l’esperienza e/o l’esercizio ripetuto ti possono insegnare a vincere la paura del giudizio conseguente all’esposizione collettiva del pensiero. Perché se tu diventi rosso, e questo è evidente a tutti, non lo nascondi. Puoi al limite controllare la gesticolazione delle mani. Ti tieni una penna tra le dita e torturi quella. Ma se balbetti o la voce non esce o esce male? Fai una figura di merda. E il giudizio è negativo. Anche se sei convinto della positività del tuo pensiero. Questa paura è pura vertigine e chi, come me, è molto emotivo, deve farci i conti. Ho visto persone preparatissime prendere voti bassi agli esami universitari a causa di una forte emotività, ho visto amici espansivi diventare timidissimi su un palcoscenico, ho visto me stessa perdere così tante volte in fase “esposizione del pensiero” che ho concluso quanto segue: è necessario per chi si blocca, diciamo, nell’esposizione del pensiero, scriverlo questo pensiero e leggerlo. Così il foglio crea un filtro tra il chi sconosciuto e molteplice che ti ascolta e tu che sei concentrato nella lettura e le parole sono tutte lì e non ti sfuggono. Il secondo passo è imparare a recitare il tuo pensiero. Diventa una questione teatrale, se vuoi, ma necessaria. Se io recito il mio pensiero, il pensiero si rafforza attraverso la memoria. Il pensiero acquista in una certa misura la forza della finzione. E mentre recito, mi dimentico che lo sto esponendo. O, anche se me lo dovessi ricordare, ormai la recita è partita e qualche tratto positivo del mio pensiero l’ho espresso. Io sono in fase lettura del mio pensiero, nel senso che devo averlo scritto per esporlo a un molteplice. Mi devo decidere a passare alla fase finale, quella della preparazione del pensiero che voglio esporre e sua esposizione recitata. Dovevo fare teatro, io, nella mia vita, e ci avevo pensato più volte al liceo, ma poi è successo che mi sono distratta. Ero in sovrappensiero. Ascoltavo il silenzio e scrivevo. E ora, dopo molti anni, mi trovo con pile di “silviasovrapensiero”da esprimere ed una emotività interpersonale elevata. In parte credo per tutto il silenzio che ho frequentato. Ora ho parole e pensieri sicuri ma il rapporto con l’altro ignoto e multiplo non so gestirlo. Penso a Cicerone, Demostene, Esopo, Virgilio che erano balbuzienti. Lo stesso Franco Battiato nelle sue prime interviste (dove doveva esporre il suo pensiero) pare balbettasse. Questo del balbettare è discorso a sè certo, ma pur sempre di impedimento all’esposizione del pensiero. Il pensiero non esce, e se esce male non convince e se non convince non si fa ascoltare e se non si fa ascoltare è come rimanesse inespresso. Un ultimo pensiero ad Alda Merini che pare avesse delle difficoltà legate allo stare in pubblico. Vorrà dire, caro amico, che inizierò a recitare il mio pensiero. Se arriverò alla conclusione di non essere in grado di esporlo degnamente, fallo tu per me. Tu ovvero voi, lo you inglese docet, che non avete paura e che lo condividete, grazie alla scrittura con cui posso relazionarmi con quel “contrario di uno, quell’alleanza, filo doppio che non è spezzato”. Fatelo voi un giorno per me, se non sarò riuscita a superare questo mio enorme limite che credo abbia a che fare con il corpo e il suo rumore. Ma questo è un’altra storia e un altro capitolo di questo breve trattato sulla paura.
Stamattina mi sono svegliata con l’intenzione di pubblicare qui sul blog un pezzo di “Sbatti generation”. Ho scelto una lettera che Marcello, uno dei personaggi protagonisti del libro, scrive ad un poeta sensitivo., un matto, un santo, un santone, un genio. Non so, Marcello non me l’ha mai definito con chiarezza. La lettera in questione non ha titolo ed è stata estrapolata dal capitolo 12 “Il santone ritrovato”. C’è un motivo per cui ho scelto proprio questo pezzo, ma preferisco tenermelo per me. Sappiate solo che ha a che fare con la pancia.
Parlavi di una testa d’angelo. Poi musica.
Ti sei messo ad intonare un suono subitaneo, indistinto, mentre sul divano impiastricciato io ti stavo a guardare.
I pois del tuo colletto e il coltello con cui spezzavi freneticamente la mela.
L’uva quel giorno sono riuscito finalmente a mangiarla.
Poi ho visto la radio che cercavo abbandonata in un angolo. Inservibile in mezzo al caos delle stoviglie accatastate e sporche.
Il signore che faceva gioielli non era in casa, ma partito per chissà dove.
Ma tu avevi le chiavi e io applaudivo per nascondere le risa che forse ti avrebbero offeso.
Poi ti sei inceppato e ti sei guardato le mani. Le hai aperte in preghiera davanti a me e hai sorriso. Anch’io ho sorriso e mi sono commosso l’anima. Hai trovato delle parole come labbra, capelli, sorriso, rosso, mentre mi tocchi, ti spogli, mi guardi.
Una volta mi innamoravo di tutte le donne che incontravo, hai detto camminando. Poi una mattina mi sono svegliato e mi sono sentito così solo. Una solitudine dentro infinita. Mia madre ha detto: com’è possibile? E da allora non ho più avuto nessuna.
Siamo arrivati alla terrazza e un serpentello ha strisciato veloce per nascondersi. Mi hai detto di stare lontano da lì. Io l’avevo visto prima di te.
Tu sei volubile, o tutto o niente, hai detto ancora. Una ti guarda e ti porta a letto e per un’altra non c’è niente da fare. Vivi nel passato e il presente ti sfugge. Solo tre volte hai vissuto nel presente. Vedi adesso, sei qui con me, ma con la testa non sei qui. Silenzio.
Hai chiesto se ci potevano aprire la chiesa. Conoscevi il custode. San Pietro, hai detto ridendo e io ho guardato la chiave gigante con cui ci veniva incontro. In chiesa non si portano i problemi, ha detto una voce amica. E’ stato sulla terrazza che ti ho recitato la mia poesia del cuore. Il mio angelo è donna, hai concluso annuendo. E il mio è uomo, ho ribadito io, per timore che non te ne fossi accorto.
Un bacio nel vento per la tua faccia morbida e per me una granita al limone con due cannucce, rossa e gialla.
tratto da “Sbatti generation”
ps: scaricate il libro. Non tanto perché è gratis, ma perchè è un libro attuale che, con ironia e poesia, fa bene al cuore di chi lo legge.
Sto facendo una seria riflessione che deriva dal fatto che in questo momento della mia vita, una volta in più, sto vagando da un luogo ad un altro in cerca di una degna opportunità lavorativa. La cosa sconcertante è che chi ti esamina è posseduto dalla necessità di vedere in cinque minuti se e quanto vali. Ciò è, se non impossibile, quantomeno improbabile. Perché il successo dell’incontro fugace è determinato da moltissimi fattori, anche inconsci che in quel breve contesto si incontrano o si scontrano così veloci che finisce che la scelta è determinata da una frase non detta o detta che sull’interlocutore fa presa per un motivo quasi sempre scemo. Magari ti scappa detto che suoni bene la chitarra e l’esaminatore aveva un sogno nel cassetto: diventare una rock star. Dunque è veramente un salto nel buio. La cosa però che mi affascina in un certo qual modo e che sfugge a molti è che non si ascolta e non si osserva bene in quel tempo misero che si cerca di recuperare sulla pelle altrui facendo finta di non ricordarsi che non sempre una Ferrari è la scelta più azzeccata. Soprattutto in un’ottica di lungo periodo., se la posta in gioco è alta e la partita complessa. Ecco, io sono un diesel consapevole delle proprie potenzialità che si manifestano lungo la strada. Allora io lo vedo, puntualmente, negli occhi di chi mi esamina che, di fronte alla mia iniziale emozionata compostezza, si chiede “ma questa può farcela?” però sarebbe assurdo rispondere a un pensiero, tralasciando le parole dette che tuttavia, solo percepite, lasciano il tempo che trovano. Un tempo falso che pretende fiumi di parole come cantavano i Jalisse o forse facce giuste che la raccontano. Io non ho proprio la faccia, come si usa dire per definire quel primo approccio sicuro e un po’ spavaldo e soprattutto ho parole che seguono un tempo preciso, quello dei pensieri ponderati che si trasformano in parola pensata. E’ così grave, questo? No. Non è grave, ma è seriamente fuori da un tempo piccolo che inganna un po’ tutti, che mischia le carte e si incarta da sè con il riflesso che quasi sempre le aspettative finiscono deluse e i punti accantonati a favore di un impatto forte ma scarso di contenuto. Di fatto rimane che continuo a farmi esaminare, a scrivere, a credere che le dinamiche tritatutto possano cambiare, che un giorno faremo basta di comportarci come automi, che privilegeremo il senso alla fretta, che gli avatar e i robot non sostituiranno l’uomo, che in fondo sono tanti come la sottoscritta a voler recuperare la misura giusta, quella del percorso, della strategia e non del round all’ultimo sangue. E magari, al prossimo esaminatore dirò solo che da grande voglio fare la principessa. Chissà che non sia quello il suo sogno nel cassetto. E comunque la risposta è: posso farcela. E molto bene. Perché il mio destino mi ha regalato delle carte vincenti. Aspetto solo di sedermi al tavolo giusto.
Stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato il principe d’arabia a un passo dallo svenimento che aveva le sembianze di Will Smith e io avevo un gran daffare a consigliargli di assumere un mio amico fotografo. E’ bravissimo, fantastico, dicevo allo svenuto d’arabia, una scena orrida, soprattutto perché a rifiutare il connubio non è stato il principe a un passo dal decesso, come ti aspetteresti, ma il mio amico fotografo che mi ha risposto tu sei scema, io le foto a questo sfinito non gliele faccio. E io: ma a te ti deve fregare che è il principe d’arabia, mica altro e poi vedrai che si riprende e lui no, ha detto che per l’estate a venire, le foto preferiva farle alla spiaggia numero x di cesenatico, ai mosconi. Va bene, fai come ti pare, gli ho detto. Mi sono svegliata perché spero che un sogno così non ritorni mai più. Sarà perché ieri sera è salito sul podio canoro per eccellenza Filiberto, sarà perché Maurizio mi ha fatto riflettere in maniera profonda quando non ero predisposta, sarà perché il teatro e l’orchestra hanno dato i numeri, pur evitando di bissare accanendosi con la chitarra della Cuccarini. Sarà che ho mangiato pesante. Ora basta però con i giochini. Voglio parlare degli operai, voglio interrogarmi : è giusto, nell’ambito di una trasmissione di intrattenimento come Sanremo, creare uno spazio, seppur breve, come accaduto ieri, in cui si parla dei problemi veri? Ha sottolineato Maurizio che poi a fine serata le luci si sarebbero spente su Sanremo e invece la vita sarebbe continuata con tutti i suoi problemi. Già, la disoccupazione, la cassintegrazione e non solo per gli operai di termini imerese, l’Italia che piange. Anche se la Fornaciari, la battuta cade ad hoc, non capisce perché il mondo piange. Io lo capisco molto bene. Era agguerrito, Maurizio, voi state zitti ha detto a chi fischiava e diceva probabilmente basta, che voleva il Festivàl, con l’accento sulla a come lo chiamava Mike. Però bisogna chiederselo : è giusta una parentesi profonda in un contesto di svago? Io me lo chiedo e mi rispondo che forse non è giusto, non è opportuno, ma visto che mala tempora currunt, è inevitabile. Ma non ho la convinzione di avere la verità perciò non fischio verso il palco come fossi allo stadio e nemmeno fischio quando entra il trio Pufilu, dalle iniziali dei tre che per quanto mi riguarda potevano fare qualunque altra cosa più che ricordarci in musica che Filiberto, poveretto, è stato tenuto lontano dall’Italia amore mio, che crede nella sua cultura e religione e che non ha paura di esprimere la sua opinione. E chi te lo impedisce, Filiberto! Mi pare che da quando sei tornato, hai fatto un po’ quel che cazzo volevi, però c’è un limite, dai. Cantare lascialo fare ai cantanti. Nonostante ciò non fischio perché non ho la verità, dunque se Valerio Scanu dopo la vittoria mi rassicura che è un crescendo quella cosa dell’amore in tutti i laghi, fino all’universo l’universo (due volte come lo dice lui) e ancora oltre l’irraggiungibile, perché non dovrei credergli? Rimane fermo che sono libera di dire, di fare quello che mi pare, come dice Moro che quest’anno ha forse urlato un po’ più del solito, ma con la sua non canzone ci stava e io l’ho molto apprezzato così come pure le fuate di Enrico. Stop. Questo post sta dilungandosi ed è ora di far basta. Qualunque cosa mi abbia portato a sognare Will Smith non lo sapremo mai e nemmeno mi interessa. Mi interessa solo isolare una frase di Povia, l’unica che da sola è valsa la mia fruizione totale del Festivàl ed è : “sopra quella convinzione di avere la verità”. Una grande verità che rispetta la diversità. Avremmo tutti da imparare dal Futurismo delle Sorelle Marinetti. Perché a me la cosa che più mi fa incazzare e che mi porta, alla fine della fiera o kermesse che dir si voglia, ad avere degli incubi notturni, è l’ignoranza fischiona di chi è convinto di avere l’unica verità.
Oggi questo blog si apre all’Altro nella persona di Adriano Petrucci, che inaugura una nuova stagione, che chiameremo “Così io mi esprimo” che vedrà protagonisti alcuni contributi esterni di amanti della Parola e non solo. Adriano è un ragazzo che ama scrivere, che racconta, anche tramite le proprie illustrazioni, delle storie. Ho conosciuto Adriano per caso, chiedendogli l’amicizia su Facebook. Mi incuriosiva l’illustrazione del suo profilo. E siamo diventati amici. E ci siamo raccontati un po’ di cose. Poi ho letto un suo racconto “Influenza intestinale quando marzo sembra agosto” che fa parte di un più ampio ciclo di racconti trash. Ne ho apprezzato l’originalità e il coraggio nell’affrontare temi non scontati. Oggi Adriano è qui con noi, con le sue parole, con la sua arte di illustrare un fervido mondo interiore. Sì Adriano, la risposta è sì, ci credo.
L’eleganza sta nel fatto che, nonostante avesse dalla sua un’età avanzata, non si privava dei piccoli piaceri della vita. Descrizione: alta poco più di un metro e mezzo, visibilmente provata dal passare delle stagioni, una manciata di rossi capelli sulla sommità del capo, degli indumenti che non lasciavano nulla all’immaginazione (nel senso che coprivano così bene che era meglio non immaginare cosa ci fosse sotto la veste…) e un classico tocco di trash nelle scarpe da lavoro a punta quadrata. Non avendo potuto condurre una vita soddisfacente e privata delle frivolezze adolescenziali, questa donna cominciò a “comportarsi allegramente” all’età di 65 anni. Emozionata ogni volta che aveva un appuntamento, si metteva davanti allo specchio nel suo bagno di 3 metri quadrati e, seduta sul lavandino, iniziava a truccarsi gli occhi. Il matitone nero lasciava frenate sulle palpebre grezze e rugose che sembrava di sentirle, quelle frenate, poco fuori di casa, all’incrocio di piazzale delle Babbione dove, attaccate ad un albero ci sono tante targhe e fiori marci, in memoria dei morti sfracellati per strada. Il suo colore naturale di capelli, il rosso, andava a nozze con il rossetto. Le piaceva tanto quel colore; apriva lo stick, faceva scivolare fuori il rossetto, ormai ridotto a moncherino lucido e appiccicaticcio, e se lo passava sulle labbra, un tempo carnose e floride, disegnando un passato sorriso sulla bocca ormai sformata dall’età. Quello specchio, in superficie opaco, sporco e segnato anch’esso dal tempo, rifletteva il coraggio della donna, la voglia di rimettersi in gioco nonostante fosse svantaggiata psicologicamente e fisicamente, la voglia di rivalsa su chissà cosa, il riscatto di una giovinezza mai goduta. Uscì dal bagno, ciabattando sulla moquette grigia appiccicata al pavimento. Un accappatoio infeltrito e inamidato l’avvolgeva in tutti i suoi pochi centimetri d’altezza. Sul letto, sdraiato come esanime, un vestito “bomba” scelto apposta per la serata. Nero, con margherite giganti sparse un po’ ovunque. Una scollatura audace era, secondo lei, l’arma segreta, quella che avrebbe colpito immediatamente; “…di sicuro, sì, ci resterà di stucco…” disse come una bambina emozionata la sera prima della festa del papà. Si levò l’accappatoio di dosso, sentì una sensazione mista a vergogna ed eccitazione là dove l’aria la fasciava, toccandola dove mai nessuno aveva osato. Il suo sguardo fu poi attratto dallo specchio vicino alla finestra…
…osservò il suo corpo.
I suoi seni floridi oramai divenute delle buste di carne vuote e grinzose, sventolavano come foglie morte facendo da cornice ad uno sterno ossuto e visibile sotto la grezza e vecchia pelle ; le gambe, fragili e tremolanti, finemente decorate da vene di ogni colore e grandezza, erano strette, per coprire il delta di Venere, imbacuccato nella folta pelliccia pubica. “ … ”
Cominciò ad infilarsi il lungo e provocatorio vestito nero a margherite giganti; riemergendo poi dalla scollatura, tirò un sospiro di sollievo notando che veramente era l’ora di imporsi con la propria fisicità. Chissà cosa l’attendeva fuori, non solamente fuori a cena, ma addirittura fuori la porta. Si sedette sul letto che cigolò impercettibilmente sotto il suo piccolo peso; accanto a lei, l’accappatoio bagnato inumidiva la trapunta di piume d’oca facendo marcire, a lungo andare, la coperta. S’infilò delle scarpe all’apparenza troppo chic, aperte, con un tacco alto almeno 7 centimetri, rosse sangue e con la punta aperta; le dita fuoriuscivano timide dalle scarpe. Si levò.
Era infine pronta per la bellissima serata.
Percorse le poco illuminate scale del condominio dove abitava, vecchie case popolari dimenticate da Dio, stando molto attenta a non inciampare tra un gradino e l’altro; non nascondeva una certa voglia di giungere al pian terreno, aprire il pesante portone di ferro battuto ed osservare tutta inorgoglita il suo cavaliere in attesa della sua dama. Durante la discesa, passando dalla rampa di scale al pianerottolo, i tacchi facevano il loro porco rumore nel silenzio della tromba delle scale. Prima che riuscisse a percorrere l’ultima rampa, velocemente, come fosse stato appostato dietro l’uscio, in attesa da ore, fece capolino il signor Marannino:
“Ma come siamo belle questa sera, dove va ad una festa?!” chiese il vecchio uomo fuoriuscendo con scatto felino da dietro la porta. I suoi piccolissimi occhiali bifocali scintillavano nella fredda luce delle scale. “Bé, vede signor Marannino, questa sera ho un appuntamento galante, con un uomo un po’ più giovane di me… ma ci tengo a precisare che si tratta solo di una cena tra amici!” si affrettò a concludere la donna. Sorrise, il vecchio uomo, tra le mani un vecchio giornale e con indosso una vecchia canottiera intima sbrindellata. “Bé, io allora andrei…” disse lei. “Ma certo, vada, vada, non faccia aspettare il suo cavaliere, vada, vada, poi casomai domani mattina mi racconta se tutto è andato bene. D’accordo? Si diverta” concluse il vecchio e, sorridendo ormai dallo spiraglio, prima che la porta si chiudesse, le sorrise. La donna aspettò che la porta si chiudesse e imboccò l’ultima rampa di scale.
…
Da dietro la porta, il signor Marannino sentì il sensuale rumore dei tacchi calpestare i freddi gradini del condominio, il veloce e zoppo camminare lungo l’ingresso,la serratura scattare e il botto potente del portone in ferro battuto che si richiudeva. Nessuno sapeva quanto il signor Marannino fosse invaghito della donna e che non passava un secondo della giornata senza pensare a lei. Era rimasto vedovo all’età di 54 anni ed ora, a quasi 67, non riusciva ancora a darsi pace, non voleva rimanere solo, in quella casa con la carta da parati ormai ingiallita dal tempo, l’odore incessante di cipolla e umido, le lampade così impolverate da attenuare la luce stessa, i divani oramai scomodi, deformati ed impolverati, la televisione muta ma sempre accesa, il letto vuoto e puntualmente rifatto. Quello che veramente desiderava il signor Marannino era un corpo di donna. Voleva possedere una donna.Nonostante la terza età, aveva ancora voglia di eccitarsi, per sentirsi vivo. Era stato più volte denunciato da donne di mezza età, accusato di molestie sessuali in luogo pubblico, al supermercato, al bar, addirittura nei musei. Era stato confinato agli arresti domiciliari, in modo da poter in ogni caso rimanere nella sua intimità e con le sue cose (cose che, tra l’altro, lui detestava). L’unica possibilità che era rimasta al signor Marannino per poter sentire ancora quell’ eccitamento, era mandare delle lettere a donne anziane e sole, spacciandosi per uno spasimante più giovane, temporeggiare un po’ e poi…dare un appuntamento in tarda serata promettendo una cenetta intima e…
…non presentarsi.
E’ stato un amico, un artista affermato, una persona che stimo a consigliarmi di scrivere questa storia. Che non dovevo limitarmi a viverla, ma dovevo scriverla. Mi ha detto così riguardo a questa storia che ogni giorno, attraverso il passare delle stagioni, vivo. L’ha definita bella, commovente e antica perché è una storia che parte da lontano e si tramanda e viaggia perché vuole arrivare lontano. Vuole arrivare lontano per poi ritornare alle origini perché chi non se n’è mai andato, non può comprendere la gioia e l’importanza del ritorno. Eppure è ferma, ora, questa storia, apparentemente è un racconto fermo, ma forse è proprio nell’immobilità che tutto nasce.
Siamo in Francia negli anni Cinquanta e c’è un giovane uomo con una valigia di cartone. Ha lasciato l’Italia, il suo paese e la sua casa in cerca di lavoro e di fortuna. L’uomo farà poi ritorno a quella casa, a quel paese, a quei vicini e alle loro finestre perché è da lì che lui vuole guardare il mondo. Ma adesso quel giovane è in Francia con la sua valigia di cartone che può contenere poche cose, pochi effetti personali. Prima di partire, forse per paura di perderlo quel misero bagaglio, ha scritto il proprio nome ovunque, fuori e due volte dentro, perché sia chiaro e perché spera che qualcuno, se dovesse succedere un imprevisto, possa riportare tracce di sè. Al suo paese, a quei vicini e a quelle finestre da dove lui vuole guardare il mondo. Quell’uomo è un migrante e io all’epoca non sono ancora nata.
Io entro dopo in questa storia, alla fine degli anni Settanta, quando quella valigia di cartone non serve più. Apparentemente è inutile. L’uomo è tornato, ha smesso di viaggiare, o forse il viaggio si è solo interrotto perché lui ha trovato la sua fortuna. E l’ha trovata al paese. Ma quella valigia, piena di polvere e ormai inservibile è ancora lì e mi chiama. Nessuno oggi vorrebbe mettersi in viaggio con una valigia del genere. Soprattutto per andare lontano. Per esempio in Francia. Ma la valigia mi chiama e la mia anima in viaggio la ascolta e decide di portarla con sè. Ovunque vada. A me quella valigia serve. E’ il mio unico effetto personale. L’unico che valga la pena, un giorno lontano, di conservare perché riporti tracce di me, perché mi ricorda, ogni giorno, chi sono, da dove vengo e come voglio vedere le cose del mondo. So che la mia strada, parafrasando Jules Verne, porta a un destino più che a una destinazione e quella valigia è lì a raccontarmelo ogni momento. E’ un’opera d’arte, anche se nessuno avrebbe l’ardire di affermarlo. Quella valigia sono io. La valigia ora è esposta nel piccolo sottotetto dove vivo. E’ aperta e dentro non c’è niente. C’è solo quel nome scritto a penna. E due iniziali nere, ripetute con il pennarello grosso. Le iniziali sono S e B. E c’è il nome per intero. Scritto in corsivo con una calligrafia elementare, ma molto curata. Perché è un gesto importante quella
scritta. E’ definitivo. Segna l’inizio del viaggio.
La valigia è piccola e il proprietario, l’abbiamo detto, ci fece un lungo viaggio. Andò in Francia negli anni Cinquanta in cerca di lavoro e
di fortuna.
S. B, il proprietario della valigia, mi ha lasciato in eredità quel suo “effetto personale”, e io la vedo sempre, davanti a me, la scena in cui mi dice tienila, Silvia, non sei te quella che dice sempre che vuole viaggiare?
E infatti, quando ho deciso di mettermi in viaggio,
me la sono portata dietro la valigia di cartone di S.B. La valigia è
aperta, ai piedi del letto a ricordarmi che posso andarmene quando voglio. Posso rimettermi in viaggio in ogni momento. E’ apparentemente vuota, quella valigia, ma in realtà è piena.
Ho intitolato l’opera d’arte: POVERO MIGRANTE CON VALIGIA PIENA DI
PERPLESSITA’
E ora vi chiedo, una volta in più, chi avrebbe l’ardire di affermare che quella valigia,
la valigia di S. B segnata con il pennarello nero, come una
marchiatura perenne, possa essere un’opera d’arte? Solo io, di certo,
perché “vedo” tutto quello che non c’è. Perché non serve. Quello che
serve, per viaggiare, è tutto lì. Quello che serve a una come me per viaggiare è tutto lì.
S. B era mio nonno. S. B in qualche modo sono anch’io. Boa Sorte.
Allora tu sei lì che leggi, vedi, provi, parli. E un paio di settimane dopo intercetti tra le altre una e-mail da Deejay e c’è scritto che hanno scelto anche te. Tu strabuzzi gli occhi e leggi più volte e cerchi un « non » prima di « scelto » che ti faccia pensare che è tutto regolare, che il giorno è un altro giorno, un qualunque giorno di un altro tempo, di un altro spazio, di un altro mondo. Sì, sei un avatar impazzito che ha sbagliato computer. E, invece, giovane rimbambita che non sei altro e ti affretti a rispondere al cellulare, ti devi svegliare, che il sogno tocca a te. Volgi lo sguardo quagliato verso la tua libreria, perché tu sei una che alla Parola ci tiene come alla vita e noti un libro di Erri De Luca. Leggi la quarta. C’è scritto che sono cose che capitano il giorno prima. Il giorno prima di che ? Il giorno prima della felicità. Poi prendi un treno per Milano con la testa che è una valigia carica di perplessità. Non hai detto niente a nessuno perché, magari, sei su scherzi a parte e invece no. Il portiere scorre la sua Schindler list e c’è il tuo nome di miracolato. Sali le scale, ti gira la testa, un’ambulanza grazie ! Il portone si apre e ci sei, sei a Radio Deejay. Pensi…che è meglio non pensare che sei in preda a uno Sbatti cosmico di portata inaudita.
Vedi passare Linus e Nicola, ma non c’è una tv o uno stereo tra loro e te, ci sono al massimo tre quattro passi, un metro di pavimento. Chiudi gli occhi, magari hai le visioni. Li riapri ed è tutto come prima. Pensi di toccarli per convincerti che non sono ologrammi, ma Santo Iddio, mica puoi chiedere a Linus o a Nicola o a entrambi : Scusate, posso darvi una toccatina innocua per essere sicura sicura che siete in carne e ossa ? Non sta bene, non è cosa, non si fa. Allora stai zitta e a cuccia finché arriva il tuo turno. Entri, ti sieti, non metti la cuffia che è meglio, che altrimenti ti spaventi da sola con quell’accento romagnolo che ti ritrovi. diobo!
Senti ridere, però, quando parli e ridi anche tu. Ma sì, chissenefrega, siamo umani noi. E anche Linus e Nicola lo sono. Capiscono che fai fatica, che sei emozionata, che sei suonata nel senso di trombe che ti fischiano alle orecchie e tamburi in testa. La verità è che la vera musica in quel momento sei tu, sono le persone con le loro voci, più o meno simpatiche, più o meno convincenti, più o meno vere. La vera musica è quella festa, quel compleanno condiviso, a cui tutti hanno partecipato e che alcuni, invornita compresa, sono stati chiamati a rappresentare. Con le loro emozioni.
Quando sono emozionata so, una volta in più, di essere un punto piccolissimo su questa terra così grande.
Quando sono emozionata non vorrei mai scendere dalla mia barca immaginifica, come il pianista sull’oceano che sa che il mondo è uno strumento troppo grande per essere suonato da pochi
Quando la tua voce per un giorno può incontrare il timpano dell’altro, speri di non romperglielo del tutto
Quando la tua voce ospita rospi, fischi e fiaschi, sai che flash
Quando ti ritrovi seduta vicino a Linus e Nicola e hai irrimediabilmente capito che è vero, allora ti svegli e sorridi, non prima di aver pensato a Matrix, ad Alessio Vinci e alla celeberrima : io c’ero. Avete presente quando hanno fatto « un giorno da deejay » ? Bè, io c’ero. E allora grazie, grazie di cuore e see you soon.
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Ps per i cuori più duri a morire: se qualcuno di voi fosse, come dire, curioso come una scimmia, può riascoltare l’audio che mi vede coinvolta sul sito di Radio Deejay. C’è una sezione con tutti gli audio dei 100 intervenuti a “Un giorno da Deejay”. Però vi avviso, che ho una voce della serie “viva la Romagna e il sangiovese”. Insomma, sono io, un’ autentica impietrita agli albori! Dunque fate vobis. Se avete voglia di divertirvi. Se poi volete pure metterci il carico da novanta, guardate la foto con Linus e Nicola. Io sono assurda, con la testa accasciata sul torace del buon Linus. Titolo: e, dopo la diretta, si accasciò esanime e cadde, come corpo morto cade. Vedi Divina Commedia. Ovviamente quella di Roberto Benigni…
Fate una cosa più pratica, via, andate qui
A giugno del 2008, come già comunicato nella pagina « Una pagina importante » di questo blog, terminai di scrivere il mio secondo libro. Lo proposi subito ad alcuni editori che lo rifiutarono. O meglio, rifiutarono una pubblicazione completamente gratuita. Allora il libro rimase un po’ lì a pensare, finché, nel corso del 2009, mi convinse a farsi ripresentare ad alcuni altri editori. Anche questi seguirono l’esempio dei primi. Tradotto : o pubblicazione col contributo o niente. Dunque il libro, stanco di andare a zonzo a chiedere cosa si pensasse di lui, mi ha chiesto in questi giorni, come originariamente promesso se non si fosse trovato un editore disposto a credere in lui, di pubblicarlo su questo blog. E io lo accontento e mi accontento, anche perché sto scrivendo un altro libro e, a dirla tutta, due « figli » che chiedono dalla mattina alla sera questo o quello, non sono in grado di gestirli. Perciò sono qui, ora, a presentarvi questa mia opera che, volendo essere onesti, è un’operetta, cioè un piccolo libro ironico ambientato di questi tempi duri per noi giovani. Si chiama SBATTI GENERATION e racconta di un tipo di nome Marcello che vuole fare il pensatore cre-attivo, ma nessuno, come c’è da aspettarsi, lo prende in considerazione. Poi c’è la Luana, una tipa piuttosto intrippata con le questioni d’amore. Ci prova, insomma, ma pure lei mica ha un gran successo con gli uomini… E, infine, c’è un certo Silvio Emmanuele che è un bambino di otto anni, depositario di una grande verità, quella dello SBATTI. Poi, chi c’è ancora? Bé, ci sono i magnifici quattro del circo rivierasco dove è ambientata praticamente tutta la storia, c’è un cane di nome Pertini, un nano, un muratore quasi muto, un domatore di leoni, un letto cinese e un militare depresso. C’è una piantina che non viene mai annaffiata e dunque ha assunto un’aria da salice piangente, c’è Hillman, Scrat e una ghianda. Ma soprattutto c’è il codice della mia anima, che ha voglia di esprimersi, insiste ad esprimersi e dà voce ad una fervida immaginazione da cui originano ogni giorno storie e personaggi. A questo punto vi invito a leggerlo, questo libro e, magari, se vi è piaciuto, a consigliarlo ai vostri amici per almeno tre buoni motivi :
è gratis
è corto
è divertente
è attuale
Veniamo al dunque: avevo pensato di inserire quei servizi di donazione libera. Tradotto: se vi va di donarmi un euro tanto per gratificarmi visto che scrivere è la mia passione che significa pure sofferenza, lo accetto volentieri. Poi, però, ho ritenuto preferibile, affidarmi al buon vecchio caro baratto, io do una pecora a te e tu dai un lupo a me. Forse un lupo no, diciamo quattro capponi, dai. Allora, in conclusione, la nostra modalità sarà questa: io do le mie parole a voi, voi quando ci vediamo mi pagate da bere (si va dal caffè all’aperitivo, ovviamente, perciò attenti all’orario in cui mi invitate perché i costi delle mie ordinazioni variano, in genere aumentano sul far della sera). Altrimenti, per i più romantici, scambiamoci le emozioni: donate una moneta a un artista di strada, quando lo incontrate sul vostro cammino, perché anche io sono tale perciò, donando quella moneta all’artista incontrato sulla vostra strada, è come se l’aveste donato a me.
Scegliete liberamente. Scegliete in coscienza. Io mi fido di voi.