http://youtu.be/6OwpgzFYD9M (Puntata 10 su Youtube)

Questa vita addosso, è tutto quello che posso, quello che ho.
Il sentiero dei nidi di ragno non l’ho mai percorso, ho paura non tanto dei ragni piuttosto dei sentieri
La parola piuttosto viene usata a sproposito per accomunare cose simili e paragonabili. In realtà è una contrapposizione fra l’una e l’altra cosa
La cosa che mi affanna più di ogni altra è un poster raffigurante un uomo distinto a cui ho coperto gli occhi con la foto di un tramonto
L’alba più bella è quella che non si può vedere.
Guarda dentro di te. La risposta che cerchi è dentro di te. Ha detto qualcuno. Peccato che è sbagliata.
Ho deciso di eliminare il pensiero cartesiano. Prima del cogito per l’essere, c’è il dubbio ma ancora prima c’è il fermarsi. Perciò l’origine è “vegeto, ergo sum”.
L’Amleto mi evoca la morte. La risposta alla domanda da cento milioni di dollari è non lo so, perché questa vita non mi permette di interrogarmi sulle cose troppo profonde.
Sant’Agostino usò queste parole in risposta a chi gli chiese cosa faceva Dio prima di creare il mondo. “Prepara l’inferno per quegli uomini che si interrogano sulle cose troppo profonde” . Così disse. O almeno credo. Che sia.
Non sono all’altezza di morire. Devo vivere. “se senti il dovere di fare una cosa, devi trovare il coraggio di farla”. L’ha detto la mamma di Berlusconi a suo figlio (questa l’ho sentita in tv) prima che fondasse la casa delle libertà, ora divenuto popolo. Fa ridere questa cosa, eppure è serissima.
Le cose che mi hanno meravigliato di più nella vita sono state quelle piccole e improvvise come una foglia che cade o il ritrovamento di poche parole che non ricordavo di aver mai scritto. Lampi di follia, come li definirebbe Dostoyesky il cui nome è troppo difficile per scriverlo correttamente.
Una volta ho raccolto un gatto vicino a un cassonetto e ho sperato che si trasformasse in un bambino. Piangeva.
Le ultime lacrime che ho versato appartengono a una vita che non è più mia. Ci ho rinunciato per paura di non riuscire a sopportarne la bellezza.
La bellezza reca in sé una brutalità primitiva ma non la avvertiamo mai perché il nostro cuore non è puro
L’amore non è appannaggio degli uomini. Questi conoscono perlopiù le passioni che per loro natura passano
Il tempo per me è circolare. La linearità della concezione moderna non mi tange e questo è il motivo per cui qualcuno mi interpreta come una presenza fuori dal tempo. Ho vissuto l’epoca del surrealismo e ne sono uscita indenne nonostante mi sforzi di fare finta che non sia successo.
I soldi, la fama e il potere non sono che concetti comodi e rassicuranti che associo all’insostenibile leggerezza del non essere.
Montedidio è il libro più bello che ho letto e mi rammarico di non averlo scritto io. Per scrivere Montedidio avrei dovuto essere un’altra persona. Sicuramente migliore.
La mia più grande consolazione è che gli angeli esistono anche se non sempre hanno le ali e quelli della mia vita sono tanti, bizzarri e generosi in cre-attività.
Quando il mio corpo si unisce a un altro corpo confluisco in un mondo parallelo dove non sempre riesco a portare l’anima dell’altro e allora la mia anima e il mio corpo si incontrano di nascosto per piangere insieme. Nessuno se ne accorge
Ho pensato a un quadro di Kandinsky. Si chiama il cavaliere azzurro e mi rappresenta. Avrei potuto essere una principessa o una pazza, poi un giorno qualunque sono salita in sella ad un cavallo alato perché era necessario combattere e così sono diventata un bellissimo cavaliere solitario.
La strada su cui cammino è stretta e sterrata ma ho motivo di credere che sia quella giusta
Non credo nelle leggi del parlamento perché in tutte le cose cerco l’essenzialità
Una volta ho scritto una frase che non sarò mai in grado di spiegare. La frase è: ho ascoltato la Legge e i Profeti ma io conosco nell’oscurità interpretazioni diverse
E’ la prima volta che la condivido con qualcuno. In fondo, era ora che lo facessi
La bandiera dell’unicef che mi pende davanti agli occhi non ha diritto di sventolare finché ci saranno ancora bambini che muoiono di fame
Non a caso i versi più famosi dell’inferno di Dante sono: più che il dolor poté il digiuno…
Che una mia amica confonde con quelli della canzone ‘Carlo Martello’ di De André dove al dolore è sostituito l’onore.
http://youtu.be/hVv5rnkstM8 (Puntata 9 su Youtube)

http://youtu.be/1zohYncGRuU (Puntata 6 su Youtube)
Ho sognato che le persone avevano smesso di sognare poi ho sognato che quelle stesse persone senza i loro sogni si erano sgretolate. Ma anche da polvere continuavano a chiedersi fra di loro come era stato possibile che avessero perso la capacità di sognare.
Ho sognato che non c’era più ombra di cemento, che i bambini correvano scalzi sui prati senza paura di essere trafitti dalle siringhe. Che gli alberi erano alti e che c’erano adulti che si arrampicavano fino al cielo senza vergogna. Ho sognato che uno di questi uomini diceva agli altri che quella era la sua scalata al successo. Poi si è gettato dall’albero. E’ morto con il sorriso.
Ho sognato un girasole gigante. I girasoli sono sempre stati la mia ossessione. Era notte e il girasole lo vedevo solo io. Ho chiesto a qualcuno di spiegarmi perché quel girasole fosse gigante e quel qualcuno mi ha risposto che doveva servire ad illuminare la mia notte.
Ho sognato un circo dove gli animali facevano saltare nel cerchio infuocato gli uomini che invece di ribellarsi erano felici di gettarsi fra le fiamme. Ho provato a fermarli ma non mi hanno dato ascolto. Sono morti tutti e io sono rimasta sola.
Ho sognato che erano finite le scorte di amore e allora si ammazzavano i bambini perché, sentivo dire, sono esseri pieni d’amore. Mi sono messa a piangere. Era come se ammazzassero me.
Ho sognato un cavallo bianco e un antico cavaliere che voleva portarmi con sé. Aveva sbagliato epoca. E anche donna.
Ho sognato un pacco di fazzoletti da naso che io usavo per pulirmi il culo. Quando sono finiti non ho più usato niente. Ho preferito che la mia merda fosse evidente.
Ho sognato un carro armato guidato da soldatini di carta. Puntavano il cannone contro le ballerine, finchè una ballerina ha urlato : « tutto questo è un incubo »
Ho sognato un giradischi che suonava a vuoto. Era un trentatrè giri che si ribellava al mondo perché voleva essere un trentun giri. Allora è arrivato il capo della musica. Si chiamava proprio così. Il capo della musica. Ha guardato il vinile e gli ha detto : non puoi scegliere cosa essere. Per te decido io. Io ero in quella stanza così ho chiesto al capo della musica : « e per te, chi cazzo decide ? » Poi ho preso il vinile e l’ho fatto girare a casa mia come voleva lui. Con trentun giri.
Ho sognato che ero in un ristorante vietnamita che mangiavo con dei serpenti sotto spirito vicino al tavolo. Siccome un mio commensale provava un immenso schifo, ho preso i serpenti e li ho gettati dalla finestra. Ci tenevo che un mio commensale si gustasse la sua cena senza alcun elemento di disturbo. Poi però i serpenti si sono incazzati e ci hanno sfidati. Io non ci ho più visto e li ho fatti a pezzi. A loro e al proprietario del ristorante.
Ho sognato l’interno della balena. C’era anche Pinocchio. Io ero il grillo. Solo che invece di parlare di Geppetto, ci siamo messi a giocare a strip poker. Noi e le sirene. L’unico corpo accettabile era il mio.
Ho sognato che non volevo sognare i politici perché con il mio sogno li avrei offesi. E poi avrei corso il rischio di sognare anche il Papa e l’idea non mi allettava.
Testo di Silvia Castellani
Sottofondo musicale di Giacomo Paci con il pezzo intitolato “Guizzi”
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http://youtu.be/9vM8wSQjSVc (Puntata 4 su Youtube)
“Esperimenti di luce, acqua e sole-omaggio ad Aquafan”
Guardare, sedere e allacciare nudi desideri con le scarpe lasciate in disparte, sull’altra sponda, a sorvegliare.
- E io volevo andare all’Aquafan perché la sera prima avevo conosciuto quello di nome Alberto che secondo me era fichissimo!
Che sempre c’è l’ombra amica a riparare quel che accade nel mare di sensazioni che ci portiamo impresse nel cuore. Così i piedi possono finalmente godere, insieme alle gambe e ai loro pensieri, quella luce speciale che non ha nulla di artificiale ma solo la luccicanza di un raggio di sole.
- Che era stato Alberto a dire ci sei domani all’Aquafan e io sì certo, ci sono. Poi mi ero guardata i piedi, le unghie dei piedi e avevo passato la notte a metterci lo smalto fuxia.
Con il vento che refrigera il fare, nessuno si salva, prima o poi dall’essere protagonista di un tempo unico che tutto amplifica grazie a quel sorriso, quello sguardo, quel cenno risucchiati dall’onda emozionale che tutti travolge e qualcuno timido scansa, senza mai temere. Che proprio non può resistere agli scherzi e ai giochi di un’acqua indisciplinata che non se la smette di chiamare chi vuole partecipare.
- E sono arrivata all’Aquafan che sembravo un barboncino sperduto, che ho mangiato un maxibon un po’ scocciata e il sole picchiava sulle mie unghie e io di colpo sembravo tonta e anche triste e anche: dove diavolo è Alberto?
Andare, camminare, ricreare. Braccia che vanno, che insistono, che accelerano, corrono, inseguono. La propria ombra che si allunga, ti raggiunge e precede il sogno di un attimo. Braccia che bramano, tese raccontano e portano in coppia una storia unica. Braccia che danzano, riempiono, rallentano, riprendono e circondano lo spazio che vedono. E si fermano. Poi si concentrano e si chiamano. Persone. Che si sdraiano, dormono e sognano, mentre si abbronzano, di tutto quel mondo intorno.
- Ho aspettato fino a sera e ho studiato le schiene, i capelli, i motorini, le voci e gli accenti romagnoli, ma non c’era mica Alberto e io dovevo tornare a casa che il maxi bon era finito da un pezzo!
Si gongolano al pensiero sicuro che l’oggi è unico e muovono, insieme partecipano, che poi quell’attimo scivola via di nuovo, ancora, in quell’acqua che affascina e innocua ci culla mentre riflette le pose, le cose, le facce, le mani, le gambe, i pensieri che risplendono in mezzo a giochi d’acqua e di sole.
- Che io a dirla tutta non so nemmeno nuotare…
Testo di Silvia Castellani
Commenti in grassetto di Maria Silvia Avanzato
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http://youtu.be/eflr1vuDUA8 (Puntata 1 su Youtube)
Silvia incontra Silvia a Bologna: è caldo, è tardi, è il destino. Magari è solo merito di Facebook. No, facciamo che è il destino, che fa più figo. Si tratta di quel tipo di destino che dice “tu e tu, scontratevi qui, adesso” e poi dice “pensatela uguale, …scopritevi simili”. Entrambi scrittrici dal passato più o meno glorioso e dall’avvenire più o meno dubbio, si trovano d’accordo su un punto: si scrivono fiumi di carta, ma non c’è pubblico. E se c’è, ha altro da fare. Quindi l’idea: prendiamo un leggio e ci piazziamo in giro per le città, leggiamo di noi nei salotti cre-attivi. Leggiamo di noi, agli alberi, ai muri, al vento, alle strade. Leggiamo di noi al nulla. Vedrai che ci ascolta…
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La notte sgrassa dagli infissi, mentre il cielo tributa il suo buio attorno a un groviglio di stelle.
Le nostre mosse e tutte le nostre poche parole, spianano il sentiero del cielo.
Il fondamento delle nostre anime e delle nostre percezioni è diverso: il tuo supremo, caro alla pelle, stabile come un grattacielo innevato; il mio organizzato verso l’accidentalità, verso un orizzonte tiepido.
Tu, la carne giovane da cui sarebbe un peccato astenersi, il borgogna per la mia bocca.
La mia inafferrabilità è direttamente proporzionale al mio amore sperimentale nei tuoi confronti.
Una cosa è certa, il mio cuore senza te è triste come una bestia in catene.
La tua ragione è forte, rispetto a queste riflessioni: devi viaggiare, andare, lavorare per imparare a conoscere meglio la vita. Un po’ sento d’invidiarti perché nel punto compresso tra petto e cuore, sembri piatto e invulnerabile.
Mentre ti scrivo un filo di luna mi rischiara un capezzolo nel buio della mia stanza, sembra un fiore. Solo nel cielo c’è la quiete oramai, la notte è dura come pietra lavica e si sgretola sotto il peso del mio desiderio di te.
Sembra un gioco cruento il mio ma si tratta unicamente di auto conservazione.
E affamata vado e vengo annusando il crepuscolo cercandoti, cercando il tuo cuore caldo come un puma nella solitudine.

Testo di Datura Inoxa
http://youtu.be/tdcX6WlQgoI (Puntata 0 su Youtube)
Un progetto video culturale nato dall’idea di due scrittrici, Silvia Castellani e Maria Silvia Avanzato.
Silvia incontra Silvia a Bologna: è caldo, è tardi, è il destino. Magari è solo merito di Facebook. No, facciamo che è il destino, che fa più figo. Si tratta di quel tipo di destino che dice “tu e tu, scontratevi qui, adesso” e poi dice “pensatela uguale, …scopritevi simili”. Entrambi scrittrici dal passato più o meno glorioso e dall’avvenire più o meno dubbio, si trovano d’accordo su un punto: si scrivono fiumi di carta, ma non c’è pubblico. E se c’è, ha altro da fare. Quindi l’idea: prendiamo un leggio e ci piazziamo in giro per le città, leggiamo di noi nei salotti cre-attivi. Leggiamo di noi, agli alberi, ai muri, al vento, alle strade. Leggiamo di noi al nulla. Vedrai che ci ascolta…
A settembre 2011 su questi e altri schermi…
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E’ una storia troppo bella per tacerla. E’ una storia che non può lasciare indifferenti perché vi si mescolano l’arte, l’amore e i gesti feroci, i soli che forse valgono la pazzia di essere ricordati. C’è un destino in questa storia che unisce due vite, legate molto strette e molto oltre al sentimento proprio dei legami di sangue. C’è un destino che lega una madre e un figlio. E c’è una città, che fa da sfondo alle loro vicende, che se non si fossero svolte in quella esatta cornice, oggi, è pressoché certo, questa storia non esisterebbe. La madre si chiama Marie-Clèmentine Valadon e cresce “libera” sulla Butte di Montmartre, a Parigi. Hugo, descrivendo nei Miserabili la figura dello ’scugnizzo’ parigino, scrive: “Non aveva casa né pane, non aveva fuoco né amore; era però contento perché era libero”. Sulla Butte la conoscono tutti, così come conoscono la di lei madre, spesso ubriaca. Poco più che bambina, Marie-Clèmentine va a lavorare al circo. Ha provato a fare la sarta, ma non ha funzionato. Lei disegna, lei è bella, lei è cresciuta “libera” e allora va bene il circo. Lì può esibirsi, può esprimersi, lì ci sono occhi che la guardano, mani che la applaudono. Disegna animali, le piacciono i cani, i gatti e i cavalli. Anche i fiori. E’ a causa di una rovinosa caduta che finisce presto la sua carriera da circense e allora, a sedici anni, sulla Butte, terra di artisti, terra in fermento, terra di speranze, inizia a fare la modella. Forse inizia a fare la modella sedotta dall’amore fisico, oppure succede il contrario, è facendo l’amore forse che si ritrova a fare la modella. Un giorno decide di andare a mostrare i suoi disegni a Puvis de Chavannes che di anni ne ha cinquantotto, ma ha anche uno studio a Neuilly ed è un pittore acclamato. Lui la prende con sè, ma la loro relazione non dura molto. Il maestro successivo è Pierre-Auguste Renoir che ha poco più di quarant’anni ed è possibile che i due si amino davvero. Però più tardi lei dirà: “Renoir, un vrai peintre, mais pas de coeur!” Un vero pittore, ma niente cuore. E’ lui, infatti, che a un certo punto la allontana, su richiesta della fidanzata che li scopre in atteggiamenti inequivocabili. Renoir obbedisce, manda via la modella. E’ il 26 dicembre del 1883 e Marie-Clèmentine dà alla luce Maurice. Non si sa chi sia il padre. I candidati alla paternità sono: Rodin, Renoir, lo scultore Bartholomè, il veneziano Zandomeneghi e lo studente catalano Miguel Utrillo y Molins. E’ quest’ultimo che otto anni dopo, una sera in cui ancora si discute di chi sia figlio il piccolo, si alza in piedi e proclama: “Per me sarebbe un vero onore poter firmare col mio nome l’opera di uno di questi grandi maestri!” Maurice è solo un bambino e gli è proibito entrare in casa prima che sua madre abbia terminato le sue “sedute d’amore” con gli occasionali amanti. Se ne sta seduto sul marciapiede, la testa stretta tra le mani. Maurice è solo un bambino, ma è un bambino sofferente, ha forti attacchi di epilessia che vengono placati con del vino rosso. Maurice cresce così sulla Butte, “libero” come sua madre. Da adulto, alcolizzato, il suo nome viene ridicolizzato in Litrillo e anche gli sfruttatori di prostitute che oziano a Pigalle lo deridono. Nella fase più acuta del suo male arriverà a bere dell’acqua di colonia e della trementina che usava per stemperare i colori. Maurice è furioso. Gli amici del “Lapin agile” che sono Russeau, Modigliani e Picasso, quando lo vedono cadere ubriaco, si affrettano a legarlo con delle corde al tavolo per evitare che al risveglio spacchi tutto. Viene ricoverato più volte in case di cura per essere disintossicato e sarà proprio un medico, dopo averlo dimesso dalla clinica in cui era andato a disintossicarsi, che consiglierà alla madre di tenerlo occupato con la pittura. Maurice ha diciannove anni. Scrive Francis Carco: “Chiedeva ai suoi quadri solo una consolazione ai suoi mali. Erano un rifugio, una compagnia nei giorni brutti, un sollievo, una speranza quotidiana. Ecco perché quell’artista non può essere collegato a nessun altro”. La madre, che Toulouse-Lautrec ribattezzerà Suzanne e che era riuscita a farsi un nome come pittrice soprattutto grazie a Edgar Degas, costringerà quel figlio alla tela, lo inciterà, lo incoraggerà e lo aiuterà a diventare Utrillo, quel grande pittore senza pari che ha dipinto “La Pazzia”. Morirà diciassette anni dopo la madre, colmando così quella differenza che li aveva separati all’inizio.
Ho appreso questa storia da un bellissimo libro di Corrado Augias che si intitola “I segreti di Parigi” che vi consiglio di leggere.
Quella volta mi ha vista di fuori sola, che curiosavo, e mi ha detto, col collo lungo per vederci meglio: “Ma tu… stai piangendo, forse?” Cercava un motivo che giustificasse il fatto che fossi rimasta lontana dalle luci, dal gruppo, dagli altri, dalla vita assistita, dall’accanimento terapeutico. No – ho risposto. Ho risposto no che voleva dire che io non ho bisogno di guardare gli altri ad oltranza per sapere cosa devo fare, cosa voglio fare, cosa posso fare. Non ho bisogno di incrostarmi. Lì immobile a vedere ripetuta da altri la stessa scena, la stessa azione, la stessa vita. La loro vita. Non ho bisogno di stare lì ferma a vedere l’esibizione perché è una facile rassicurazione. Ho un tempo preciso io, di resistenza agli altri, poi me ne devo andare per non morire di noia. Si nasce attori o spettatori o solo attori? Se in questa vita non c’è posto per tutti attori, allora bisogna fare gli spettatori. Bisogna stare fermi lì, immobili, a vedere ripetuta da altri la stessa scena, la stessa azione, la stessa emozione. La loro emozione. E’ per questo che la gente si muove in gruppo e assiste pur senza interesse al muovere altrui? Ci abituano ad assistere. No- ho risposto – sono uscita perché dovevo fare una telefonata. Così era più tranquillo, tutto rientrava nell’ordine costituito e non si metteva a piangere.
Io l’ho letto e ho pensato: un autentico trip. Consigliatissimo per le donne in carriera.
Ci sono donne, e sono tantissime, che perdono tutto pur di inseguire la carriera.
Io ho perso un sacco di cose per inseguire la corriera. E alla fine ho perso anche la corriera, un sacco di volte.
Ognuno ha la sua carriera, e la segue per tutta la vita. Io, di corriere, ne ho seguite tante; e il lato positivo è che se perdi la tua carriera è un casino recuperarla, se perdi la corriera dopo dieci minuti passa l’altra e al massimo hai perso dieci minuti. Questo succede sempre, tranne che con l’8- Monserrato. Perdere l’8 è quasi come perdere la carriera, forse anche peggio.
L’inizio della mia carriera di donna in corriera risale a tanto tempo fa, tantissimo tempo fa. Ma le corriere significative cominciano dal 1996.
La mia prima corriera si chiamava 5 barrato, o meglio 5/12. Nessuno ha mai capito perché 5/12 e non ad esempio 5/9 o 5/36, ma del resto nessuno ha mai capito il sistema di numerazione delle corriere. Infatti ci sono numeri che non esistono nelle corriere. Cominciamo da Cagliari e proviamo ad andare in ordine.
La prima corriera è l’1. Non solo perché è il primo numero ma anche perché l’1 a Cagliari è la corriera più “popolare”. Viaggiare sull’1 vuol dire essere perfettamente integrato nella vita cagliaritana. Chi prende l’1 va a Città Mercato, chi prende l’1 va a mangiare alla mensa universitaria, chi prende l’1 vive in centro, passa davanti al porto ma volendo può arrivare fino a Pirri. Chi prende l’1 può permettersi di rientrare tardi la sera, perché l’1 viaggia fino a tardi e passa in Corso Vittorio Emanuele, la via dei locali notturni. Chi non ha mai preso l’1 è senza dubbio uno sfigato.
Il 2 non esiste; prendere il 2 a Cagliari significa andare a piedi. Si dice: “io prendo il 2!”, si fa “due” con le dita, poi si capovolge la manina e si simulano due piedini che camminano. Chi prende il 2, dovunque debba andare, spesso arriva prima di chi prende l’1 per andare nello stesso posto.
Poi c’è il 3. Il 3 è la corriera dei fighetti, e ovviamente se la tira. Il 3 va al Quartiere del Sole, dove abitano i ricchi cagliaritani. Il 3 passa qualcosa come ogni 3 minuti ed è sempre puntuale, perché le signore che abitano al quartiere del sole non possono stare ad aspettare troppo sotto al sole. Sul 3 non sale mai il controllore, primo perché i controllori non sono illimitati e sono troppo impegnati a mettere multe sull’1, e poi perché sarebbe lavoro sprecato perché quelli che prendono il 3 tanto hanno la tessera. E se capita che queste persone salgono sull’1 guardano con disprezzo i poveracci che prendono la multa. Ma non capita spesso che la signora del quartiere del sole salga sull’1, c’è puzza.
Il 4 non esiste. A limite potrebbe voler dire andare a piedi con un amico.
Ed eccoci arrivati al mitico 5, quello che un tempo era 5/12 e poi qualcuno si è accorto dell’idiozia e l’ha fatto diventare semplicemente 5.
Se prendi il 5 sei uno studente pendolare, perché il 5 va dalla Stazione dei treni al Magistero passando per Ingegneria e poi torna indietro.
Sul 5 si sentono sempre gli stessi discorsi: esami andati bene, esami andati male, esami andati così così Esami che potevano andare meglio ed esami che potevano andare peggio. Nomi di professori simpatici e stronzi, lezioni pesanti e lezioni divertenti.
L’autista del 5 potrebbe prendere una laurea ad honorem in una decina di corsi, senza mai aprire libro.
Il 6 è la corriera che va a Genneruxi, altro quartiere abbastanza benestante, anche se meno fighetto del Quartiere del Sole; forse per il nome meno fighetto o forse per la sua vicinanza al cep. Il 6 è molto meno frequente del 3 e molto meno frequentato. Forse, ma è solo un’ipotesi, gli abitanti di Genneruxi escono meno degli abitanti del Quartiere del Sole?
Il 7 è chiamato anche Pollicino per le sue dimensioni ridottissime. Sul Pollicino ci staranno sì e no una decina di persone, ma non credo si siano mai trovate dieci persone, tutte assieme sul 7. Fa un giro strano, tipo zona Castello. I cagliaritani non vanno a visitare il Castello, e i turisti prendono il bus turistico, non il 7!
E un posto d’onore spetta sicuramente all’8. C’è persino un gruppo su Facebook che raccoglie tutti i fans della corriera numero 8 che va dalla Stazione dei treni alla Cittadella Universitaria di Monserrato, facendo un giro sfigatissimo di salite e discese e pianure e colline che tutte le volte ti chiedi “Ce la farà o non ce la farà?”. Se sull’8 ci stanno 50 persone ne trovi in media 200, quelli dei quattro 8 che non sono passati prima. L’8 dovrebbe passare ogni 15 minuti, ma se passa ogni 50 minuti sei già fortunato. Nessuno sa perché e per come, ma è cosi, l’8 è l’autobus che tutti sanno che esiste ma in pochi lo vedono passare.
Il 9 è l’extraurbano che va da Cagliari a Decimomannu, passando per Assemini. Anche il 9 è sempre pieno perché lo prendono tutti i lavoratori di Assemini e Decimo e le lavoratrici di Viale Elmas.
Il 10 è l’autobus sempre puntuale, sempre pulito, sempre comodo, sempre nuovo e sempre vuoto. Fa un tragitto brevissimo e passa per la zona pedonale. Fa un tragitto brevissimo in un tempo lunghissimo perché cammina a passo d’uomo, ma a passo d’uomo che passeggia e guarda le vetrine. Il 10 passeggia e fa le vasche in via Garibaldi, è perfettamente inutile prendere il 10 perché chi va in via Garibaldi va per negozi, e se non vai per negozi e vai ad esempio a lavorare ti conviene comunque prendere il 2.
L’11 è l’autobus che va a Calamosca, alla caserma. Potrebbe anche essere un autobus interessante ma ai miei tempi in tanti si sarebbero chiesti che ci faceva una ragazza sull’11.
Il 13 è la corriera che fa il giro degli ospedali; puntualissimo, tanto che puoi scendere di casa un minuto prima che parta, età media 85 anni, discorsi che ti fanno venire la depressione: visite, esami, malattie, parenti ricoverati. Sul 13 ovviamente stai sempre in piedi se hai meno di 80 anni e devi fare solo una visita oculistica.
Saltando qualche numero si arriva al 30 e al 31. Il 30 e il 31 sono filobus, e ogni tanto il filo si stacca e l’autista deve scendere per riattaccarlo bloccando il traffico nella via più trafficata di Cagliari. Vanno entrambi nello stesso posto, facendo un pezzo del tragitto assieme e dividendosi successivamente per passare uno per la periferia est, l’altro per la periferia ovest, poi si incrociano e si scambiano la direzione per rientrare entrambi al punto di partenza. Sembra uno strano balletto che si potrebbe anche evitare, unendo le due linee in una sola, magari un pochino più puntuale!
Se i numeri non bastano ci sono le lettere: M, PQ e PF.
Molto coerenti, molto ordinati, molto lineari.
M= Monserrato; PQ= Poetto-Quartu; PF= Poetto-Flumini. Sembrerebbero le uniche corriere ad avere un senso.
Ho trascurato alcune corriere non molto significative per la mia carriera di donna in corriera: ad esempio il 16 che va alla Motorizzazione civile, che passa ogni 50 minuti dalle 9 alle 15 e se non riesci a prendere l’ultimo sei nei casini. Se non ti fanno dormire alla Motorizzazione puoi farti ospitare al campo nomadi lì vicino. Alla Motorizzazione è quindi meglio andarci in macchina anche se è un controsenso perché si va alla Motorizzazione per prendere la patente. Meglio prendere la patente in autoscuola.
Ho lasciato Cagliari tre anni fa e continuo a inseguire la mia corriera. Dopo un anno di gavetta col 14 e il 21 mi posso rilassare col 29, sempre vuoto e sempre puntuale, posso viaggiare con le vecchine bolognesi di San Mamolo e rischiare di spezzarmi il collo quando sono in ritardo, slittando sui ghiacci dei colli bolognesi.
Tutto per non rischiare di perdere la mia importante corriera.
Testo di Delfina Solinas
