Un marinaio pensa, su uno scoglio in riva al mare, ad un antico amor perduto…
Chissà dove sei, cosa fai, se mi pensi mai. Ora io qui ti penso, sì, e ripercorro quei giorni lontani e così inutili, dove ancora per noi tutto era possibile. Ora le cose sono cambiate, si sono evolute, si sono staccate da un guscio scintillante in cui noi soli abbiamo finito per credere. E in due non si può vincere un oceano di ostilità. Adesso io cerco sempre, come allora, cosa non so. Sempre in mare la mia anima di tempesta anche quando le acque appaiono calme. Sono lo stesso. Forse anche tu. Dovrei cambiare. Potrei? Non sarà il viaggiare o l’associarmi con gente straniera a darmi la pace. Non sarà nemmeno la fede, temo, perché sono troppo carnale e sofferente per farmi una ragione del bene. Esiste sulla terra questo bene? Esiste per certo, dentro di me, ma portarlo fuori, fare sì che l’Altro possa riconoscerlo, lo trovo ormai impossibile. I porti dove approdare sono tanti, ma ho perso la convinzione di potercela fare. Una volta era diverso. Una volta il segno avverso non aveva orecchie per me. Ora arranco, rido a stento e mi chiedo se la mia vita ha un senso. Ora non c’entra l’aver sofferto, la scoperta dell’abbandono, il perdono dato da un trono. Ora credo di essere solo, nonostante il mondo mi sorrida tutto. Ora penso al lutto che non ho mai accettato, quello di un addio che non doveva essere dato. Oggi è ingrato con questo mio fato che da un lato spinge ribelle per uscire a rivedere le stelle, dall’altro stantio non si riesce a prendere.
E così mi consolo, guardo il mare aperto, tu pure guardalo, come brilla, luccica di argento su questo scoglio dove sono naufragato. Non tentarmi più con il tuo ricordo, che pure mi riempie il cuore e non venire a visitarmi in sogno. Le illusioni nell’afferrare il tempo perduto non potranno riportarci in salvo e rimettere insieme i nostri pezzi illesi. Cerca, piuttosto, di essere felice.
… Io devo solo rispondere al telefono, si ripeteva nella mente. E invece niente, nel sogno ha lasciato tutto lì, il suo capo, il telefono, la fila di gente. E’ andata con lui com’era logico, come era possibile, l’unica scelta giusta. Hanno parlato seduti in quel bar, lei forse un po’ troppo timida rispetto alla realtà, e c’era un’amica di lui seduta al tavolo che raccontava « vedi ora esce con un’altra, una mia amica, ma emozioni come con te non le ha più provate. E’ una questione d’intensità ». Ma quella non era la fidanzata prima, quella dopo di me, ragiona lei che sogna, e perché parla di quella venuta dopo senza nessun coinvolgimento? Lui in tutto questo parlare e pensare altrui, tace, la guarda soltanto, lei pensa anch’io. Poi fa per tornare al lavoro, ma sale su un ascensore da sola, vuole salirci lei da sola che c’è poco spazio e ha bisogno di concentrazione. E’ ancora innamorata, anche se ha fatto di tutto per toglierselo dalla mente. Così torna indietro e lui è ancora lì, al bar al piano terra, l’ufficio di collocamento in alto che collochi qualcun altro. Lei vuole solo perdersi, rimanere senza un posto, sciolta tra le braccia di lui. Quelle labbra le conosce bene, solo ieri sera in tv le ha viste addosso a uno e ha pensato « sono quelle di lui », e ancora i capelli, gli occhi, il naso, è tutto perfetto, così familiare. Se il tradimento fosse reale, pensa nel sogno, lo farebbe lo stesso. E’ stanca del gelo della sua vita, della coltre bianca che le copre l’anima e la anestetizza. La sveglia è suonata, suo marito si è alzato nel cuore della notte ed è andato a lavorare. Fa il camionista e oggi deve partire per un viaggio lungo. Va verso nord. Lei l’ha salutato come fa di solito, con un bacio e un buon lavoro, poi appena lui ha chiuso la porta, ha chiamato l’uomo del sogno, quello con la maglietta rossa. Lui ha risposto al telefono, ha detto solo “sei tu,” dopo anni che non si sentivano. Lui sapeva che lei sarebbe tornata e l’ha aspettata con pazienza. Non riuscivano a dirsi, il come e il cosa, e così hanno deciso di incontrarsi subito, nella notte, per passeggiare sotto la neve. Il viale è quello alberato, quello con i lampioni alti, quello con gli alberi immensi. Loro visti dall’alto paiono una cartolina d’altri tempi e si baciano. Alle prime luci, lui la riaccompagna a casa con una promessa. Lei non dice niente, sorride e basta.
Mi porterò dietro, nella mente, di questo viaggio a Parigi e più a nord, la bambina che alla stazione voleva il mio ombrello rosso, il vecchio marinaio che non si rassegnava a non esser più tale, nonostante il mondo scorresse veloce accanto a lui e i tempi si fossero evoluti a tal punto da non vederlo. Mi porterò il suonatore di arpa nella chiesa, che vendeva le proprie canzoni ai turisti e suonava come fosse la cosa più seria del mondo. Mi porterò le due anziane sorelle o amanti, chi lo sa, vestite da ragazze alla moda e con le borse uguali a tracolla, camminare per le strade del Belgio e i settanta euro spesi in cioccolata, il mini-barbecue a mappamondo e le foto dove vengo male, malissimo. NONOSTANTE MI SFORZI DI ADATTARE LA MIA FACCIA AD UN’IMMAGINE CHE DURI UN SECONDO. Di questo andare mi porterò il fatto che a Parigi un croissant non lo trovi per certo appena uscita dall’albergo e magari devi camminare due chilometri prima di incontrarlo, così succede che ti rassegni e vai da Starbucks dove sei tentato di mangiare un donut, MA PERO’ ALLA FINE LASCI TUTTI QUEI COLORI ALLA VETRINA che lo sai che è meglio stiano lì, più che nel tuo stomaco. Mi porterò di tutto questo viaggio, quel meraviglioso perdersi per le strade di Parigi sorvegliata a vista dalla torre Eiffel cercando di fotografarla sempre, di rubarla con te sotto o senza, che tanto è uguale. Anche se non sei riuscita a salirci e a guardare giù, perché la fila era lunghissima e avresti rischiato di perdere la stabilità mentale a seguirla. E le bolle di sapone fatte con i fili ad allontanarsi su dal secchio, e gli artisti d’occasione fatti con lo stampo come quell’arte più moderna fatta con distacco. E le frasi dette al vento, o fra i denti, perché nessuno le potesse ascoltare. Mi porterò nel cuore quel perdersi nell’oblio di un posto bello, dove vivere è difficile, dove tutto è sconosciuto e tu per prima, e non importa quale sarà il prossimo imprevisto perché sulla metropolitana per forza devi salirci per perdere l’orientamento. Mi porterò la pancia gonfia, le tasche vuote e il fare finta di riuscire a farcela a camminare, nonostante tutto mi faccia credere il contrario, soprattutto le gambe che hanno deciso di non seguirti più. Mi porterò tutte le persone di colore che ho visto così perfettamente parigine che a un certo punto mi sono detta: va a finire che in questa città non ci sono nemmeno i piccioni nelle piazze. E invece quelli ci sono sempre e sempre grassi, pronti a planare sulla briciola ribelle che abbandona il tuo panino. LA STATUA DELLA LIBERTA’, anche quella mi porto dietro; era nel posto sbagliato e la signora lì accanto mi raccontava di venire dall’America, MA NON N.Y, NO CALIFORNIA, MA Kentucky. LI’ CI SONO MANY HORSES. I gargoyles no, non li ho visti e la mia stanza era al settimo piano affacciata sul cimitero di Montmartre con tutte quelle fresche lapidi in bella vista. Che vista da lassù! E quanta vita . La Dolce Vita ovunque e tanto di quell’oro da rimanere senza fiato. I mulini, non solo quello rosso in una via ormai tanto battuta da far sorridere anche i più scettici, anche quelli che una volta a Pigalle avrebbero passato guai seri. Scarpe messe a stendere come in tutte le città universitarie del mondo, un allucinato davanti a un organo. Mi porterò del Belgio le casette di marzapane e la pioggia persistente ad agosto, l’Atomium e il giro del mondo che si è fermato al Nettuno e a un po’ di Giappone, la reliquia di Bruges o Brucas come la chiama inquietandomi l’argentina, che non ho capito cosa fosse, ma ci ho messo la mano sopra e so che mi guarirà da tutte le malattie. La Madonna col bambino di Michelangelo e bestemming Eupen fino a un castello rosso che continuavo a fotografare senza accorgermene. Mi porterò l’allontanamento da questo computer e da fb e la sensazione che Dalì ci aveva visto giusto nella definizione de LA METHODE PARANOIAQUE CRITIQUE. Non ho visto il Louvre, non ho camminato per i Campi Elisi, il Sacro Cuore l’ho apprezzato poco e male per mancanza di tempo e la Senna l’ho notata da lontano come pure da lontano ho avvertito il respiro di Renoir. Perciò, Parigi, arrivederci a presto. Doris Lessing scriveva: “è terribile fare finta che sia di prima qualità ciò che è di seconda. Fare finta di non aver bisogno d’amore quando ce l’hai. O che ti piace il tuo lavoro, quando sai che sei capacissimo di fare ben altro”.
ORE 8 – SIAMO UN GRUPPO – E’ mattina presto. Il cieco si ferma. Mi è tanto vicino che mi chiedo se magari non mi ha vista e mi stia venendo addosso. Certo che non mi ha visto, cretina che non sono altro, è cieco. Ma mi sente. Sento che mi sente e infatti mi chiede se è già passato il suo autobus. Mi dice un numero e io rispondo: aspetta, ci do un’occhiata. Ecco, ho risposto la cosa più improbabile del mondo. Dire a un cieco ci do un’occhiata è di cattivo gusto, ma non l’ho fatto apposta, mi è venuta così, uguale a quella che avrei detto a chiunque altro, in risposta alla stessa richiesta. Davanti alla tabella degli orari, rilevo che l’autobus che vuole prendere arriverà tra qualche minuto. Tra qualche minuto, dico. E il cieco, quando mi volto, sta già leggendo un biglietto che si rigira per le mani al contrario. Sta leggendo al contrario. Lui è normale, vuole fare le cose normali. Vuole leggere??? Gli prendo istintivamente il biglietto dalle mani, non posso accettare che un cieco tenga un biglietto per le mani, al contrario, e faccia finta di leggerlo. Allora lui dice che deve andare in un posto preciso a ritirare un pacco. Vedi, dice, c’è scritto sul biglietto in alto e intanto indica il nulla in direzione del biglietto. Sa dove c’è scritto cosa, qualcuno deve averglielo detto, ma le cose di cui parla, a me non tornano. Io ci vedo scritto dell’altro su quel biglietto che insisto a rigirarmi per le mani. Sta arrivando il mio autobus e prendo la decisione: vieni con me, dico, sali che ti aiuto. Lui sale, io chiedo al conducente di aiutarci. Ormai siamo un gruppo. Il conducente lo fa scendere dopo un paio di fermate, gli spiega che deve prendere un altro autobus, non il numero otto, mi raccomando, perché dove devi andare tu, quello non ci arriva. Il biglietto gira, dritto, contrario, poco importa, ormai il cieco è sicuro di arrivare a destinazione. Saluta il vuoto, ma nella mia direzione. Non vede, eppure sente, il respiro, le correnti, i movimenti. Non porta occhiali e non è bello guardarlo in volto. Scendo anch’io e faccio una prova, dico al conducente: grazie di averci aiutati. Lui passa la prova, dice: quando volete. Siamo un gruppo e vengo colta da ispirazione mistica: mi viene in mente una frase di Gesu’: quando sarete più di due, io sarò con voi. E lì, infatti, c’era qualcosa che chiameremo Gesù, che chiameremo amore, che chiameremo vita. Lì c’era la vita. non l’ho vista, eppure l’ho sentita. Devo andare in vacanza. E’ proprio necessario…
ORE 10 – NOTIZIE DAL MONDO – A Berlino due amanti clandestini hanno fatto sesso sul davanzale e nella foga sono caduti giù dalla finestra. Inutile dire che li hanno scoperti. A New York, lo stesso giorno, un uomo rapinava una banca puntando un mazzo di fiori contro l’impiegato di modo che leggesse il bigliettino d’accompagnamento all’omaggio floreale che riportava scritto: dammi tutti i biglietti da 100 e da 50: non vale la pena fare l’eroe. E a Parigi usciva sul giornale la notizia che entro il 2011 nelle case arriverà l’acqua frizzante. Leggendo queste notizie dal mondo, molto più interessanti di quelle che passano al telegiornale, mi preparo a partire e mangio uno yogurt alla nocciola che altrimenti andrebbe a male…
ORE 11 – UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO DI NOTTE – Questa notte l’ha sognato un’altra volta. La verità è che lei non voleva, ma quando se l’è trovato davanti così, semplicemente lui, che non vedeva da una vita, l’ha fatto entrare e gli ha detto : cosa fai tu qui. Lui ha chiesto lo stesso. Nel sogno erano all’ufficio di collocamento, di notte. Lei non sapeva cosa fare, aveva iniziato da poco a lavorare lì e lui aveva la maglietta a maniche corte, quella rossa, la sua preferita. Era estate. Allora lui l’ha presa per mano e l’ha portata in un bar. Devo andare, diceva lei, o forse lo pensava solo.
Quando giri per le strade devi stare sveglio. Non nel senso di portafoglio, che devi guardare non te lo fottano, ma nel senso di stare sul pezzo. Che tra l’altro è espressione che detesto. Stare sul pezzo. Di ferro rovente? Pezzo di corpo altrui? Questione incalzante? Mah. Sul pezzo. Della serie: stare sul pezzo, come un pazzo, evitando il pizzo per non cadere in un pozzo intriso di puzzo. Una scenetta orripilante e un ritornello doveroso. Se non lo scrivevo, mi saliva l’irritazione del pezzo.
Si diceva che devi stare sveglio se giri per le strade, se viaggi sui mezzi pubblici, costantemente, come me, che prendo il treno e lo riprendo, ogni giorno. Prendo l’autobus e lo riprendo, ogni giorno. Nel mio caso non vale il detto “perdere il treno”, o non solo. Per me sono le persone che passano, che si siedono accanto, che mi obbligano a fare conversazione senza chiedermi se ne ho voglia. Sono loro le mie occasioni. Sono le persone che incontri che possono fare la differenza, in tutti gli ambiti della vita. Dunque niente treni, ma persone. Persone sui treni o sul pezzo, che in fin dei conti è un po’ uguale. Prenderle o perderle? Devi stare sveglio per capirlo.
LA FINTA MANAGER
Questa è una donna bellissima, curata, diresti che fa l’avvocato, che lavori in una importante azienda, che sia per certo un capo. E infatti parla di un biglietto, una scusa qualunque per rompere il ghiaccio e metterlo nel bicchiere: il posto accanto con me dentro e con un cervello mezzo vuoto. Che va riempito. La donna pronuncia come d’incanto la parola azienda. E, in effetti, una donna così non è pensabile per chi la guarda senza che pronunci nei primi cinque minuti di conversazione la parola “azienda” o, in alternativa, “studio”, oppure “management”. Allora si occupa di aziende sì, ma tergiversa, non dice cosa fa esattamente, dunque o è una roba grossa o è una gonfiatura e se è una gonfiatura, non è mai un’occasione. E cosa mi dà il diritto di rifiutare a priori la possibilità di crearmi nuove occasioni? Niente. Perciò ascolto. Ha un ristorantino, finalmente ce la fa a dirlo, un ristorantino in culo al mondo, niente di scic (lo so come si scrive, cazzone, ma voglio scriverlo così), ma però (?) fa anche un altro lavoro che ha a che fare con la parola azienda. Io la ascolto perché voglio stare sveglia e lei mi squadra perché sono vestita da cameriera. Allora capisco. Forse anche lei ragiona come me e sta indagando se sono da prendere o da perdere. Chiede e io rispondo: “no, non sono io la cameriera”. Niente match. Non ci si prende. L’abito ha contribuito a mettere in atto l’inganno. L’abito ormai è dato di fatto, per quella questione che fa il monaco. Ma quanto può durare? Poco, se stai sul pezzo. E cioè: Faccio cose, vedo gente.. Sì, ma cosa fai esattamente? Come vivi? Come ti paghi le sigarette? Devo assolutamente imparare da quel programma di Frizzi, i soliti ignoti. Non capisco mai un tubo. Che indovinassi una identità. Con la differenza che lì lo fanno apposta a confondere il giocatore. Ed è, in un certo qual modo, più onesto. Per le strade, invece, è meno onesto. E allora devi stare proprio sveglio su quel pezzo a un passo dal pozzo, perché la tua occasione, magari, è travestita da vecchio professore. O da cubista. Ps. Devo ricordarmi di dire alla ventenne del piano di sotto che se continua a mangiare il tonno, non la faccio più salire in ascensore con me e decido di perderla.
LA STRANIERA INGRATA
Non è più una libera scelta, è una costante imposta dal mio viaggio. E’ il treno per Ferrara, questo? E’ sempre una donna a chiederlo, a chiedermelo, dunque poi non mi stupisco se la nostra società ancora non è paritaria. Le donne ne sanno il doppio degli uomini, ma sono di una insicurezza altrettanta. Anche gli uomini sono insicuri, ma almeno fingono il contrario. Sì, è il treno per Ferrara. Ma perché non alzi un attimo gli occhi che sul tabellone luminoso c’è scritta la destinazione finale? E continua: ah, grazie, no perché il treno è piccolo.. No, perché, i treni per Ferrara dove l’hai letto che devono avere le dimensioni di un freccia rossa, bianca o verde. Che sia, o non ancora. E questa per me non l’avete capita ma non me ne frega niente. Anzi, colgo la palla al balzo per dire una cosa a quelli che mi dicono che non capiscono cosa scrivo o come scrivo e che non riescono a seguire e che si perdono. Ecco, abbiamo trovato la parola adatta: perdere. Vi perdete? Vuol dire che il mio pensiero e le mie parole non sono per voi un’ occasione dunque salutiamoci qui. Su questo treno immaginario e io al finestrino con un fazzolettino bianco penzolante, il volto contrito e l’occhietto un po’ commosso. Vi voglio bene, ma devo salutarvi. Non scrivetemi. E’ più giusto così.
Il treno per Ferrara, dicevamo, è un trenino. E anche oggi ho dato la mia risposta alla rincoglionita di turno. Mi siedo e aspetto che arrivi la persona. Perché arriva sempre. E infatti. Oggi però sono sfigata. La persona (da prendere o da perdere, ancora non si sa) è una strafiga. Ha più o meno la mia età, ma è alta il doppio e larga la metà. Accostando le nostre figure, una di fianco all’altra, sarebbe come vedere una giraffa e un cinghiale. La sua voce è un po’ fastidiosa, non c’è che dire. Ha buttato là qualche frase scema per il desiderio di una risposta qualunque che magari possa aprire una conversazione. Della serie che uno esclama “che caldo!” e l’altro risponde “eh, già, che caldo!” E poi si continua, giusto? Del tipo: ma lei da dove viene, è stato a lavorare, ma fatti i cazzi tuoi…La giraffa è cubana, si è sposata qui in Italia con un italiano che è andato in vacanza a Cuba, l’ha conosciuta, se ne è innamorato e l’ha portata in Italia a scopo matrimonio. Ma dai! Che fantasia. Va bè che io è meglio che sto zitta che il mio fidanzato l’ho conosciuto in discoteca con la scusa dell’accendino. Come da manuale delle banalità. La strafiga dice che bisogna avere una gran pazienza per vivere in Italia e che se non avesse una casa, un marito, un figlio e un lavoro che le piace pure, se ne sarebbe tornata a Cuba già da un bel po’ di tempo. Poi mi dice il suo nome e canta una canzone il cui titolo è un nome di donna, guarda a caso il suo. Evviva, celebriamoci un po’! A questa persona la voglio perdere in un attimo. Vorrei chiudere gli occhi, riaprirli e non vedermela più seduta davanti. E’ una lamentona ingrata. L’Italia, e scusate questo impeto di patriottismo, le ha dato una nuova vita che “quando stavo a casa mia non avevo da mangiare”. L’ha detto lei, ovviamente. E adesso qui sputi nel piatto dove mangi. E guai a chi pensa che sono razzista.
QUELLA CHE SE OGNI TANTO NON SI PERDE, NON E’ CONTENTA
E’ una vocalist felice, di notte, e un’operaia infelice, di giorno.
Ma non ascolto più, oggi, su questa nave guardo passare il mondo e lo osservo, poi lo trattengo e poi lo lascio andare. Mentre vivo la mia leggenda, da ferma, in viaggio. Faccio finta di scendere e invece cambio solo scompartimento e mi risiedo in un quattro posti vuoto. Oggi mi interessa prendere me stessa. Mi sento che scappo da qualche parte dentro di me, senza motivo apparente e non serve mi chieda perché. E’ una stupida domanda, in fondo. Soprattutto da fare a un altro. Chiudo gli occhi e inizio a chiamarmi.
“Il vento risalì ululando le ripide calli acciottolate. Portò con se spruzzi di mare e di nafta, cartacce, salsedine, urina di gatto e di uomo, fumi di bouillabaisse e schizzi di sangue che i pescatori avevano sparso eviscerando le loro prede…una porta si aprì cigolando e riversando all’esterno un clangore aritmico di calici e idiomi. La tromba di Baker sfidava la cacofonia mediterranea mentre l’Olympique segnava il raddoppio confuso tra le righe irregolari di un vecchio televisore sospeso tra calici, pinte, flutes e bottiglie di Bandol. Sentore di anice e aroma di caffè ricordarono a Fabio che Marsiglia era sempre li, ai suoi piedi, sensuale e violenta…e desiderò un pastis, come ogni giorno, come sempre faceva all’ora dell’aperitivo o dopo cena, come se fosse ancora vivo!”