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Silvia Castellani

Tra l'essere e il fare, c'è di mezzo il pensare

Archive for luglio, 2010

Siamo un gruppo, notizie dal mondo e un ufficio di collocamento di notte

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luglio 28th, 2010 Posted 11:05

capovolta bianco e nero

ORE 8 – SIAMO UN GRUPPO – E’ mattina presto. Il cieco si ferma. Mi è tanto vicino che mi chiedo se magari non mi ha vista e mi stia venendo addosso. Certo che non mi ha visto, cretina che non sono altro, è cieco. Ma mi sente. Sento che mi sente e infatti mi chiede se è già passato il suo autobus. Mi dice un numero e io rispondo: aspetta, ci do un’occhiata. Ecco, ho risposto la cosa più improbabile del mondo. Dire a un cieco ci do un’occhiata è di cattivo gusto, ma non l’ho fatto apposta, mi è venuta così, uguale a quella che avrei detto a chiunque altro, in risposta alla stessa richiesta. Davanti alla tabella degli orari, rilevo che l’autobus che vuole prendere arriverà tra qualche minuto. Tra qualche minuto, dico. E il cieco, quando mi volto, sta già leggendo un biglietto che si rigira per le mani al contrario. Sta leggendo al contrario. Lui è normale, vuole fare le cose normali. Vuole leggere??? Gli prendo istintivamente il biglietto dalle mani, non posso accettare che un cieco tenga un biglietto per le mani, al contrario, e faccia finta di leggerlo. Allora lui dice che deve andare in un posto preciso a ritirare un pacco. Vedi, dice, c’è scritto sul biglietto in alto e intanto indica il nulla in direzione del biglietto. Sa dove c’è scritto cosa, qualcuno deve averglielo detto, ma le cose di cui parla, a me non tornano. Io ci vedo scritto dell’altro su quel biglietto che insisto a rigirarmi per le mani. Sta arrivando il mio autobus e prendo la decisione: vieni con me, dico, sali che ti aiuto. Lui sale, io chiedo al conducente di aiutarci. Ormai siamo un gruppo. Il conducente lo fa scendere dopo un paio di fermate, gli spiega che deve prendere un altro autobus, non il numero otto, mi raccomando, perché dove devi andare tu, quello non ci arriva. Il biglietto gira, dritto, contrario, poco importa, ormai il cieco è sicuro di arrivare a destinazione. Saluta il vuoto, ma nella mia direzione. Non vede, eppure sente, il respiro, le correnti, i movimenti. Non porta occhiali e non è bello guardarlo in volto. Scendo anch’io e faccio una prova, dico al conducente: grazie di averci aiutati. Lui passa la prova, dice: quando volete. Siamo un gruppo e vengo colta da ispirazione mistica: mi viene in mente una frase di Gesu’: quando sarete più di due, io sarò con voi.  E lì, infatti, c’era qualcosa che chiameremo Gesù, che chiameremo amore, che chiameremo vita. Lì c’era la vita. non l’ho vista, eppure l’ho sentita. Devo andare in vacanza. E’ proprio necessario…

ORE 10 – NOTIZIE DAL MONDO – A Berlino due amanti clandestini hanno fatto sesso sul davanzale e nella foga sono caduti giù dalla finestra. Inutile dire che li hanno scoperti. A New York, lo stesso giorno, un uomo rapinava una banca puntando un mazzo di fiori contro l’impiegato di modo che leggesse il bigliettino d’accompagnamento all’omaggio floreale che riportava scritto: dammi tutti i biglietti da 100 e da 50: non vale la pena fare l’eroe. E a Parigi usciva sul giornale la notizia che entro il 2011 nelle case arriverà l’acqua frizzante. Leggendo queste notizie dal mondo, molto più interessanti di quelle che passano al telegiornale, mi preparo a partire e mangio uno yogurt alla nocciola che altrimenti andrebbe a male…

ORE 11 – UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO DI NOTTE – Questa notte l’ha sognato un’altra volta. La verità è che lei non voleva, ma quando se l’è trovato davanti così, semplicemente lui, che non vedeva da una vita, l’ha fatto entrare e gli ha detto : cosa fai tu qui. Lui ha chiesto lo stesso. Nel sogno erano all’ufficio di collocamento, di notte. Lei non sapeva cosa fare, aveva iniziato da poco a lavorare lì e lui aveva la maglietta a maniche corte, quella rossa, la sua preferita. Era estate. Allora lui l’ha presa per mano e l’ha portata in un bar. Devo andare, diceva lei, o forse lo pensava solo.

Continua quando torno…

"Rosa rosae" foto di Silvia Castellani

Stare sul pezzo, come un pazzo, evitando il pizzo per non cadere nel pozzo intriso di puzzo

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luglio 17th, 2010 Posted 15:17

"Rosa amarae" - foto, on the road, di Silvia Castellani

Quando giri per le strade devi stare sveglio. Non nel senso di portafoglio, che devi guardare non te lo fottano, ma nel senso di stare sul pezzo. Che tra l’altro è espressione che detesto. Stare sul pezzo. Di ferro rovente? Pezzo di corpo altrui? Questione incalzante? Mah. Sul pezzo. Della serie: stare sul pezzo, come un pazzo, evitando il pizzo per non cadere in un pozzo intriso di puzzo. Una scenetta orripilante e un ritornello doveroso. Se non lo scrivevo, mi saliva l’irritazione del pezzo.

Si diceva che devi stare sveglio se giri per le strade, se viaggi sui mezzi pubblici, costantemente, come me, che prendo il treno e lo riprendo, ogni giorno. Prendo l’autobus e lo riprendo, ogni giorno. Nel mio caso non vale il detto “perdere il treno”, o non solo. Per me sono le persone che passano, che si siedono accanto, che mi obbligano a fare conversazione senza chiedermi se ne ho voglia. Sono loro le mie occasioni. Sono le persone che incontri che possono fare la differenza, in tutti gli ambiti della vita. Dunque niente treni, ma persone. Persone sui treni o sul pezzo, che in fin dei conti è un po’ uguale. Prenderle o perderle? Devi stare sveglio per capirlo.

LA FINTA MANAGER

Questa è una donna bellissima, curata, diresti che fa l’avvocato, che lavori in una importante azienda, che sia per certo un capo. E infatti parla di un biglietto, una scusa qualunque per rompere il ghiaccio e metterlo nel bicchiere: il posto accanto con me dentro e con un cervello mezzo vuoto. Che va riempito. La donna pronuncia come d’incanto la parola azienda. E, in effetti, una donna così non è pensabile per chi la guarda senza che pronunci nei primi cinque minuti di conversazione la parola “azienda” o, in alternativa, “studio”, oppure “management”. Allora si occupa di aziende sì, ma tergiversa, non dice cosa fa esattamente, dunque o è una roba grossa o è una gonfiatura e se è una gonfiatura, non è mai un’occasione. E cosa mi dà il diritto di rifiutare a priori la possibilità di crearmi nuove occasioni? Niente. Perciò ascolto. Ha un ristorantino, finalmente ce la fa a dirlo, un ristorantino in culo al mondo, niente di scic (lo so come si scrive, cazzone, ma voglio scriverlo così), ma però (?) fa anche un altro lavoro che ha a che fare con la parola azienda. Io la ascolto perché voglio stare sveglia e lei mi squadra perché sono vestita da cameriera. Allora capisco. Forse anche lei ragiona come me e sta indagando se sono da prendere o da perdere. Chiede e io rispondo: “no, non sono io la cameriera”. Niente match. Non ci si prende. L’abito ha contribuito a mettere in atto l’inganno. L’abito ormai è dato di fatto, per quella questione che fa il monaco. Ma quanto può durare? Poco, se stai sul pezzo. E cioè: Faccio cose, vedo gente.. Sì, ma cosa fai esattamente? Come vivi? Come ti paghi le sigarette? Devo assolutamente imparare da quel programma di Frizzi, i soliti ignoti. Non capisco mai un tubo. Che indovinassi una identità. Con la differenza che lì lo fanno apposta a confondere il giocatore. Ed è, in un certo qual modo, più onesto. Per le strade, invece, è meno onesto. E allora devi stare proprio sveglio su quel pezzo a un passo dal pozzo, perché la tua occasione, magari, è travestita da vecchio professore. O da cubista. Ps. Devo ricordarmi di dire alla ventenne del piano di sotto che se continua a mangiare il tonno, non la faccio più salire in ascensore con me e decido di perderla.

"Verde mare" - foto, on the road, di Silvia Castellani

LA STRANIERA INGRATA

Non è più una libera scelta, è una costante imposta dal mio viaggio. E’ il treno per Ferrara, questo? E’ sempre una donna a chiederlo, a chiedermelo, dunque poi non mi stupisco se la nostra società ancora non è paritaria. Le donne ne sanno il doppio degli uomini, ma sono di una insicurezza altrettanta. Anche gli uomini sono insicuri, ma almeno fingono il contrario. Sì, è il treno per Ferrara. Ma perché non alzi un attimo gli occhi che sul tabellone luminoso c’è scritta la destinazione finale? E continua: ah, grazie, no perché il treno è piccolo.. No, perché, i treni per Ferrara dove l’hai letto che devono avere le dimensioni di un freccia rossa, bianca o verde. Che sia, o non ancora. E questa per me non l’avete capita ma non me ne frega niente. Anzi, colgo la palla al balzo per dire una cosa a quelli che mi dicono che non capiscono cosa scrivo o come scrivo e che non riescono a seguire e che si perdono. Ecco, abbiamo trovato la parola adatta: perdere. Vi perdete? Vuol dire che il mio pensiero e le mie parole non sono per voi un’ occasione dunque salutiamoci qui. Su questo treno immaginario e io al finestrino con un fazzolettino bianco penzolante, il volto contrito e l’occhietto un po’ commosso. Vi voglio bene, ma devo salutarvi. Non scrivetemi. E’ più giusto così.

Il treno per Ferrara, dicevamo, è un trenino. E anche oggi ho dato la mia risposta alla rincoglionita di turno. Mi siedo e aspetto che arrivi la persona. Perché arriva sempre. E infatti. Oggi però sono sfigata. La persona (da prendere o da perdere, ancora non si sa) è una strafiga. Ha più o meno la mia età, ma è alta il doppio e larga la metà. Accostando le nostre figure, una di fianco all’altra, sarebbe come vedere una giraffa e un cinghiale. La sua voce è un po’ fastidiosa, non c’è che dire. Ha buttato là qualche frase scema per il desiderio di una risposta qualunque che magari possa aprire una conversazione. Della serie che uno esclama “che caldo!” e l’altro risponde “eh, già, che caldo!” E poi si continua, giusto? Del tipo: ma lei da dove viene, è stato a lavorare, ma fatti i cazzi tuoi…La giraffa è cubana, si è sposata qui in Italia con un italiano che è andato in vacanza a Cuba, l’ha conosciuta, se ne è innamorato e l’ha portata in Italia a scopo matrimonio. Ma dai! Che fantasia. Va bè che io è meglio che sto zitta che il mio fidanzato l’ho conosciuto in discoteca con la scusa dell’accendino. Come da manuale delle banalità. La strafiga dice che bisogna avere una gran pazienza per vivere in Italia e che se non avesse una casa, un marito, un figlio e un lavoro che le piace pure, se ne sarebbe tornata a Cuba già da un bel po’ di tempo. Poi mi dice il suo nome e canta una canzone il cui titolo è un nome di donna, guarda a caso il suo. Evviva, celebriamoci un po’! A questa persona la voglio perdere in un attimo. Vorrei chiudere gli occhi, riaprirli e non vedermela più seduta davanti. E’ una lamentona ingrata. L’Italia, e scusate questo impeto di patriottismo, le ha dato una nuova vita che “quando stavo a casa mia non avevo da mangiare”. L’ha detto lei, ovviamente. E adesso qui sputi nel piatto dove mangi. E guai a chi pensa che sono razzista.

"Il mio mare è la strada" - foto, on the road, di Silvia Castellani

QUELLA CHE SE OGNI TANTO NON SI PERDE, NON E’ CONTENTA

E’ una vocalist felice, di notte, e un’operaia infelice, di giorno.

Ma non ascolto più, oggi, su questa nave guardo passare il mondo e lo osservo, poi lo trattengo e poi lo lascio andare. Mentre vivo la mia leggenda, da ferma, in viaggio. Faccio finta di scendere e invece cambio solo scompartimento e mi risiedo in un quattro posti vuoto. Oggi mi interessa prendere me stessa. Mi sento che scappo da qualche parte dentro di me, senza motivo apparente e non serve mi chieda perché. E’ una stupida domanda, in fondo. Soprattutto da fare a un altro. Chiudo gli occhi e inizio a chiamarmi.