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Silvia Castellani

Tra l'essere e il fare, c'è di mezzo il pensare

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Stare sul pezzo, come un pazzo, evitando il pizzo per non cadere nel pozzo intriso di puzzo

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luglio 17th, 2010 Posted 15:17

"Rosa amarae" - foto, on the road, di Silvia Castellani

Quando giri per le strade devi stare sveglio. Non nel senso di portafoglio, che devi guardare non te lo fottano, ma nel senso di stare sul pezzo. Che tra l’altro è espressione che detesto. Stare sul pezzo. Di ferro rovente? Pezzo di corpo altrui? Questione incalzante? Mah. Sul pezzo. Della serie: stare sul pezzo, come un pazzo, evitando il pizzo per non cadere in un pozzo intriso di puzzo. Una scenetta orripilante e un ritornello doveroso. Se non lo scrivevo, mi saliva l’irritazione del pezzo.

Si diceva che devi stare sveglio se giri per le strade, se viaggi sui mezzi pubblici, costantemente, come me, che prendo il treno e lo riprendo, ogni giorno. Prendo l’autobus e lo riprendo, ogni giorno. Nel mio caso non vale il detto “perdere il treno”, o non solo. Per me sono le persone che passano, che si siedono accanto, che mi obbligano a fare conversazione senza chiedermi se ne ho voglia. Sono loro le mie occasioni. Sono le persone che incontri che possono fare la differenza, in tutti gli ambiti della vita. Dunque niente treni, ma persone. Persone sui treni o sul pezzo, che in fin dei conti è un po’ uguale. Prenderle o perderle? Devi stare sveglio per capirlo.

LA FINTA MANAGER

Questa è una donna bellissima, curata, diresti che fa l’avvocato, che lavori in una importante azienda, che sia per certo un capo. E infatti parla di un biglietto, una scusa qualunque per rompere il ghiaccio e metterlo nel bicchiere: il posto accanto con me dentro e con un cervello mezzo vuoto. Che va riempito. La donna pronuncia come d’incanto la parola azienda. E, in effetti, una donna così non è pensabile per chi la guarda senza che pronunci nei primi cinque minuti di conversazione la parola “azienda” o, in alternativa, “studio”, oppure “management”. Allora si occupa di aziende sì, ma tergiversa, non dice cosa fa esattamente, dunque o è una roba grossa o è una gonfiatura e se è una gonfiatura, non è mai un’occasione. E cosa mi dà il diritto di rifiutare a priori la possibilità di crearmi nuove occasioni? Niente. Perciò ascolto. Ha un ristorantino, finalmente ce la fa a dirlo, un ristorantino in culo al mondo, niente di scic (lo so come si scrive, cazzone, ma voglio scriverlo così), ma però (?) fa anche un altro lavoro che ha a che fare con la parola azienda. Io la ascolto perché voglio stare sveglia e lei mi squadra perché sono vestita da cameriera. Allora capisco. Forse anche lei ragiona come me e sta indagando se sono da prendere o da perdere. Chiede e io rispondo: “no, non sono io la cameriera”. Niente match. Non ci si prende. L’abito ha contribuito a mettere in atto l’inganno. L’abito ormai è dato di fatto, per quella questione che fa il monaco. Ma quanto può durare? Poco, se stai sul pezzo. E cioè: Faccio cose, vedo gente.. Sì, ma cosa fai esattamente? Come vivi? Come ti paghi le sigarette? Devo assolutamente imparare da quel programma di Frizzi, i soliti ignoti. Non capisco mai un tubo. Che indovinassi una identità. Con la differenza che lì lo fanno apposta a confondere il giocatore. Ed è, in un certo qual modo, più onesto. Per le strade, invece, è meno onesto. E allora devi stare proprio sveglio su quel pezzo a un passo dal pozzo, perché la tua occasione, magari, è travestita da vecchio professore. O da cubista. Ps. Devo ricordarmi di dire alla ventenne del piano di sotto che se continua a mangiare il tonno, non la faccio più salire in ascensore con me e decido di perderla.

"Verde mare" - foto, on the road, di Silvia Castellani

LA STRANIERA INGRATA

Non è più una libera scelta, è una costante imposta dal mio viaggio. E’ il treno per Ferrara, questo? E’ sempre una donna a chiederlo, a chiedermelo, dunque poi non mi stupisco se la nostra società ancora non è paritaria. Le donne ne sanno il doppio degli uomini, ma sono di una insicurezza altrettanta. Anche gli uomini sono insicuri, ma almeno fingono il contrario. Sì, è il treno per Ferrara. Ma perché non alzi un attimo gli occhi che sul tabellone luminoso c’è scritta la destinazione finale? E continua: ah, grazie, no perché il treno è piccolo.. No, perché, i treni per Ferrara dove l’hai letto che devono avere le dimensioni di un freccia rossa, bianca o verde. Che sia, o non ancora. E questa per me non l’avete capita ma non me ne frega niente. Anzi, colgo la palla al balzo per dire una cosa a quelli che mi dicono che non capiscono cosa scrivo o come scrivo e che non riescono a seguire e che si perdono. Ecco, abbiamo trovato la parola adatta: perdere. Vi perdete? Vuol dire che il mio pensiero e le mie parole non sono per voi un’ occasione dunque salutiamoci qui. Su questo treno immaginario e io al finestrino con un fazzolettino bianco penzolante, il volto contrito e l’occhietto un po’ commosso. Vi voglio bene, ma devo salutarvi. Non scrivetemi. E’ più giusto così.

Il treno per Ferrara, dicevamo, è un trenino. E anche oggi ho dato la mia risposta alla rincoglionita di turno. Mi siedo e aspetto che arrivi la persona. Perché arriva sempre. E infatti. Oggi però sono sfigata. La persona (da prendere o da perdere, ancora non si sa) è una strafiga. Ha più o meno la mia età, ma è alta il doppio e larga la metà. Accostando le nostre figure, una di fianco all’altra, sarebbe come vedere una giraffa e un cinghiale. La sua voce è un po’ fastidiosa, non c’è che dire. Ha buttato là qualche frase scema per il desiderio di una risposta qualunque che magari possa aprire una conversazione. Della serie che uno esclama “che caldo!” e l’altro risponde “eh, già, che caldo!” E poi si continua, giusto? Del tipo: ma lei da dove viene, è stato a lavorare, ma fatti i cazzi tuoi…La giraffa è cubana, si è sposata qui in Italia con un italiano che è andato in vacanza a Cuba, l’ha conosciuta, se ne è innamorato e l’ha portata in Italia a scopo matrimonio. Ma dai! Che fantasia. Va bè che io è meglio che sto zitta che il mio fidanzato l’ho conosciuto in discoteca con la scusa dell’accendino. Come da manuale delle banalità. La strafiga dice che bisogna avere una gran pazienza per vivere in Italia e che se non avesse una casa, un marito, un figlio e un lavoro che le piace pure, se ne sarebbe tornata a Cuba già da un bel po’ di tempo. Poi mi dice il suo nome e canta una canzone il cui titolo è un nome di donna, guarda a caso il suo. Evviva, celebriamoci un po’! A questa persona la voglio perdere in un attimo. Vorrei chiudere gli occhi, riaprirli e non vedermela più seduta davanti. E’ una lamentona ingrata. L’Italia, e scusate questo impeto di patriottismo, le ha dato una nuova vita che “quando stavo a casa mia non avevo da mangiare”. L’ha detto lei, ovviamente. E adesso qui sputi nel piatto dove mangi. E guai a chi pensa che sono razzista.

"Il mio mare è la strada" - foto, on the road, di Silvia Castellani

QUELLA CHE SE OGNI TANTO NON SI PERDE, NON E’ CONTENTA

E’ una vocalist felice, di notte, e un’operaia infelice, di giorno.

Ma non ascolto più, oggi, su questa nave guardo passare il mondo e lo osservo, poi lo trattengo e poi lo lascio andare. Mentre vivo la mia leggenda, da ferma, in viaggio. Faccio finta di scendere e invece cambio solo scompartimento e mi risiedo in un quattro posti vuoto. Oggi mi interessa prendere me stessa. Mi sento che scappo da qualche parte dentro di me, senza motivo apparente e non serve mi chieda perché. E’ una stupida domanda, in fondo. Soprattutto da fare a un altro. Chiudo gli occhi e inizio a chiamarmi.


Scrivere con la mente – Il trapasso dal mondo delle idee morte al mondo dei pensieri vivi. Panorami attivi sui colli bolognesi

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settembre 21st, 2009 Posted 10:13

Un buon assassino torna sempre sul luogo del delitto. Lo farebbe anche la vittima se potesse. E io che sono vittima e assassina insieme, sono tornata oggi in uno dei luoghi dei miei atroci delitti e quello che ho provato è stato meglio di un orgasmo. In quella dimensione mobile in un corpo immobile che viaggia su un corpo metallico in movimento. Il traghettatore inconsapevole della mia anima non sa che mi consente il trapasso, attraverso le nebbie vuote della nothing box, da quello che io chiamo il mondo delle idee morte a quello dei pensieri vivi che in questo stesso istante tornano ad essere idee morte perchè perdono di colpo la potenzialità del divenire diversa espressione. E così, quando lui si ferma, io scendo a terra ma tengo indosso il casco per tenerli stretti quei pensieri vivi, attaccati alla testa che senza rischia di esplodere da un momento all’altro se solo si lancia nel loro inseguimento. E contemplo il panorama dei colli bolognesi dove noto e annoto cose, prima di sentire una voce che mi chiede il perchè di quel casco addosso mentre cammino con le mie gambe, a passo d’uomo, appunto. Rispondo come ho detto : ho paura la testa mi possa esplodere se perdo i miei pensieri vivi. Potrebbe anche succedere con te, dice lui, che tu sei matta. E ride. Io rido lo stesso anche se adesso già piango questa morte. Poi risalgo sul moderno vascello e ritorno nel mio regno dei pensieri vivi che di nuovo scritti, ora, rimuoiono all’istante. Poi vedo una chiesa rosa, e penso a una casa e dico la compriamo, prima di rivivere un déjà vu dove io quella casachiesa l’ho già vista e c’ero anch’io dietro al cortile senza sapere cosa fare mentre i bambini nello spiazzo di fronte giocavano a calcio. Oggi ho portato la macchina fotografica con me. L’ho portata senza pretese. Credo di avere fotografato la scritta « odi et amo » sulla strada una quindicina di volte. E’ possibile che io sia matta, ed è probabile che sarà il cuore a tradirmi e non la  mente."odi et amo" - foto di Silvia Castellani