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Silvia Castellani

Tra l'essere e il fare, c'è di mezzo il pensare

Posts Tagged ‘parola’

Nuvole, occhi del cielo

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maggio 27th, 2015 Posted 14:24

“Le nuvole sono gli occhi del cielo. A guardarli troppo a lungo ci si perde la testa.”

Un mio pensiero strapensato, scritto oggi, 27 maggio 2015, così che sia liberato.

nuvole, occhi del cielo

I SALOTTI CRE-ATTIVI – PUNTATA 1

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settembre 17th, 2011 Posted 08:33

http://youtu.be/eflr1vuDUA8 (Puntata 1 su Youtube)

Silvia incontra Silvia a Bologna: è caldo, è tardi, è il destino. Magari è solo merito di Facebook. No, facciamo che è il destino, che fa più figo. Si tratta di quel tipo di destino che dice “tu e tu, scontratevi qui, adesso” e poi dice “pensatela uguale, scopritevi simili”. Entrambi scrittrici dal passato più o meno glorioso e dall’avvenire più o meno dubbio, si trovano d’accordo su un punto: si scrivono fiumi di carta, ma non c’è pubblico. E se c’è, ha altro da fare. Quindi l’idea: prendiamo un leggio e ci piazziamo in giro per le città, leggiamo di noi nei salotti cre-attivi. Leggiamo di noi, agli alberi, ai muri, al vento, alle strade. Leggiamo di noi al nulla. Vedrai che ci ascolta…

Cercaci su Facebook come “i salotti cre-attivi”.


I Salotti cre-attivi di Silvia&Silvia – Puntata 0

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luglio 12th, 2011 Posted 17:33

http://youtu.be/tdcX6WlQgoI (Puntata 0 su Youtube)

Un progetto video culturale nato dall’idea di due scrittrici, Silvia Castellani e Maria Silvia Avanzato.

Silvia incontra Silvia a Bologna: è caldo, è tardi, è il destino. Magari è solo merito di Facebook. No, facciamo che è il destino, che fa più figo. Si tratta di quel tipo di destino che dice “tu e tu, scontratevi qui, adesso” e poi dice “pensatela uguale, scopritevi simili”. Entrambi scrittrici dal passato più o meno glorioso e dall’avvenire più o meno dubbio, si trovano d’accordo su un punto: si scrivono fiumi di carta, ma non c’è pubblico. E se c’è, ha altro da fare. Quindi l’idea: prendiamo un leggio e ci piazziamo in giro per le città, leggiamo di noi nei salotti cre-attivi. Leggiamo di noi, agli alberi, ai muri, al vento, alle strade. Leggiamo di noi al nulla. Vedrai che ci ascolta…

A settembre 2011 su questi e altri schermi…

Cercaci su Facebook come “i salotti cre-attivi”.

I salotti cre-attivi

Questo mondo veloce che si incarta da sè

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febbraio 22nd, 2010 Posted 17:41

Il jolly nella manica - foto di Silvia Castellani

Sto facendo una seria riflessione che deriva dal fatto che in questo momento della mia vita, una volta in più, sto vagando da un luogo ad un altro in cerca di una degna opportunità lavorativa. La cosa sconcertante è che chi ti esamina è posseduto dalla necessità di vedere in cinque minuti se e quanto vali. Ciò è, se non impossibile, quantomeno improbabile. Perché il successo dell’incontro fugace è determinato da moltissimi fattori, anche inconsci che in quel breve contesto si incontrano o si scontrano così veloci che finisce che la scelta è determinata da una frase non detta o detta che sull’interlocutore fa presa per un motivo quasi sempre scemo. Magari ti scappa detto che suoni bene la chitarra e l’esaminatore aveva un sogno nel cassetto: diventare una rock star. Dunque è veramente un salto nel buio. La cosa però che mi affascina in un certo qual modo e che sfugge a molti è che non si ascolta e non si osserva bene in quel tempo misero che si cerca di recuperare sulla pelle altrui facendo finta di non ricordarsi che non sempre una Ferrari è la scelta più azzeccata. Soprattutto in un’ottica di lungo periodo., se la posta in gioco è alta e la partita complessa. Ecco, io sono un diesel consapevole delle proprie potenzialità che si manifestano lungo la strada. Allora io lo vedo, puntualmente, negli occhi di chi mi esamina che, di fronte alla mia iniziale emozionata compostezza, si chiede “ma questa può farcela?” però sarebbe assurdo rispondere a un pensiero, tralasciando le parole dette che tuttavia, solo percepite, lasciano il tempo che trovano. Un tempo falso che pretende fiumi di parole come cantavano i Jalisse o forse facce giuste che la raccontano. Io non ho proprio la faccia, come si usa dire per definire quel primo approccio sicuro e un po’ spavaldo e soprattutto ho parole che seguono un tempo preciso, quello dei pensieri ponderati che si trasformano in parola pensata. E’ così grave, questo? No. Non è grave, ma è seriamente fuori da un tempo piccolo che inganna un po’ tutti, che mischia le carte e si incarta da sè con il riflesso che quasi sempre le aspettative finiscono deluse e i punti accantonati a favore di un impatto forte ma scarso di contenuto.  Di fatto rimane che continuo a farmi esaminare, a scrivere, a credere che le dinamiche tritatutto possano cambiare, che un giorno faremo basta di comportarci come automi, che privilegeremo il senso alla fretta, che gli avatar e i robot non sostituiranno l’uomo, che in fondo sono tanti come la sottoscritta a voler recuperare la misura giusta, quella del percorso, della strategia e non del round all’ultimo sangue. E magari, al prossimo esaminatore dirò solo che da grande voglio fare la principessa. Chissà che non sia quello il suo sogno nel cassetto. E comunque la risposta è: posso farcela. E molto bene. Perché il mio destino mi ha regalato delle carte vincenti. Aspetto solo di sedermi al tavolo giusto.

E’ tempo di liberare la parola (vegeto, ergo sum)

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settembre 26th, 2008 Posted 10:48

Questa vita addosso, è tutto quello che posso, quello che ho.

Il sentiero dei nidi di ragno non l’ho mai percorso; ho paura non tanto dei ragni, piuttosto dei sentieri.

“Piuttosto che” viene usato a sproposito, per accomunare cose equivalenti. In realtà indica una preferenza data a una cosa rispetto a un’altra.

La cosa che mi affanna più di ogni altra è un poster raffigurante un uomo distinto a cui ho coperto gli occhi con la foto di un tramonto.

L’alba più bella è quella che non si può vedere.

Guarda dentro di te. La risposta che cerchi è dentro di te. Peccato che è sbagliata. Ha detto qualcuno.

Ho deciso di eliminare il pensiero cartesiano. Prima del cogito, per l’essere, c’è il dubbio ma ancora prima c’è il fermarsi. Perciò l’origine è “vegeto, ergo sum”.

L’Amleto mi evoca la morte. La risposta alla domanda da cento milioni di dollari è non lo so, perché questa vita non mi permette di interrogarmi sulle cose troppo profonde. Sant’Agostino usò queste parole in risposta a chi gli chiese cosa faceva Dio prima di creare il mondo. “Prepara l’inferno per quegli uomini che si interrogano sulle cose troppo profonde” . Così disse. O almeno credo. Che sia.

Non sono all’altezza di morire. Devo vivere. “Se senti il dovere di fare una cosa, devi trovare il coraggio di farla”. L’ha detto la mamma di un noto politico al proprio figlio (questa l’ho sentita in tv) prima che fondasse il suo partito. Mi fa ridere questa cosa, eppure è serissima.

Le cose che mi hanno meravigliato di più nella vita sono state quelle piccole e improvvise come una foglia che cade o il ritrovamento di poche parole che non ricordavo più di avere scritto. Lampi di follia, come li definirebbe Dostoyesky il cui nome è troppo difficile per scriverlo correttamente.

Una volta ho raccolto un gatto vicino a un cassonetto e ho sperato che si trasformasse in un bambino. Piangeva.

Le ultime lacrime che ho versato appartengono a una vita che non è più mia. Ci ho rinunciato per paura di non riuscire a sopportarne la bellezza.

La bellezza reca in sé una brutalità primitiva ma non la avvertiamo quasi mai perché il nostro cuore non è puro.

L’amore non è appannaggio degli uomini. Questi conoscono perlopiù le passioni che per loro natura passano.

Il tempo per me è circolare. La linearità della concezione moderna non mi tange e questo è il motivo per cui qualcuno mi interpreta come una presenza fuori dal tempo. Ho vissuto l’epoca del surrealismo e ne sono uscita indenne nonostante mi sforzi di fare finta che non sia successo.

I soldi, la fama e il potere non sono che concetti comodi e rassicuranti che associo all’insostenibile leggerezza del non essere.

Montedidio è il libro più bello che ho letto e mi rammarico di non averlo scritto io. Per scrivere Montedidio avrei dovuto essere un’altra persona. Sicuramente migliore.

Quando il mio corpo si unisce a un altro corpo confluisco in un mondo parallelo dove non sempre riesco a portare l’anima dell’altro e allora la mia anima e il mio corpo si incontrano di nascosto per piangere insieme. Nessuno se ne accorge.

Ho pensato a un quadro di Kandinsky. Si chiama il cavaliere azzurro e mi rappresenta. Avrei potuto essere una principessa o una pazza, poi un giorno qualunque sono salita in sella ad un cavallo alato perché era necessario combattere e così sono diventata un bellissimo cavaliere solitario.

La strada su cui cammino è stretta e sterrata ma ho motivo di credere che sia quella giusta. Non credo nelle leggi del parlamento perché in tutte le cose cerco l’essenzialità.

Una volta ho scritto una frase che non sarò mai in grado di spiegare. La frase è: ho ascoltato la Legge e i Profeti ma io conosco nell’oscurità interpretazioni diverse. E’ la prima volta che la condivido. In fondo, era ora che lo facessi.

La bandiera dell’unicef che mi pende davanti agli occhi non ha diritto di sventolare finché ci saranno ancora bambini che muoiono di fame. Non a caso tra i versi più famosi dell’inferno di Dante c’è questo: Poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno. Che una mia amica confonde con quello della canzone ‘Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers’ di Fabrizio De Andrè dove al dolore è sostituito l’onore.

Silvia Castellani